Toscana, di Cecilia Caldini – Il Parco di San Donato a Novoli

Progettista: Isolarchitetti

Luogo: Firenze, Toscana

Committente: Gruppo Immobiliare Novoli Spa, Firenze

Anno di realizzazione: 2008

Superficie: 120.000 mq

Fotografie: Cecilia Caldini

Ho deciso di aprire questa rubrica da Firenze con uno degli interventi più controversi realizzati negli ultimi anni in città: il nuovo parco urbano di San Donato a Novoli.
Molto si è discusso, nel bene e nel male, sulle scelte che hanno portato alla realizzazione del parco e del nuovo quartiere di cui è fulcro, San Donato. Lasciando da parte in questa sede le numerose implicazioni politiche, amministrative e sociali connesse con lo sviluppo della nuova Novoli, mi soffermerò qui su una breve riflessione sul significato paesaggistico del nuovo spazio urbano.
Il contesto in cui si inserisce è piuttosto variegato e disomogeneo: alla maglia urbana di grandi edifici residenziali, figli del boom edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta, che hanno a lungo fatto di Novoli uno dei principali quartieri dormitorio di Firenze, si sovrappongono oggi una serie di strutture connesse a una politica urbana che ha teso a concentrare in questa parte di città nuove funzioni e servizi ad uso misto, con l’intenzione di renderla un nuovo polo di centralità, fra cui il Polo Universitario delle Scienze Sociali, un multiplex, il nuovo Palazzo di Giustizia, il centro direzionale della Cassa di Risparmio di Firenze, nuovi lotti residenziali.
Il parco, inaugurato nel 2008 e realizzato all’interno di un vuoto urbano conseguente alla dismissione di un ex stabilimento Fiat, si estende su una superficie di 120.000 metri quadrati, sviluppandosi in un’area che raccorda il Palazzo di Giustizia a nord ovest con i nuovi edifici residenziali e il Polo Universitario a est, ed è fiancheggiato sui lati nord e sud da due strade di grande scorrimento urbano, via di Novoli e Viale Guidoni.
L’entrata principale al parco si trova sul lato sud, lungo via di Novoli. L’accesso è caratterizzato da una grande scalinata a cui lati si sviluppano due ampie scarpate rivestite con lastre di acciaio corten, pietre e detriti di cemento, disposti a simulare macerie, contornate da graminacee e attraversate da una lamina d’acqua. Dall’accesso, un articolato sistema di percorsi curvilinei in terra bianca conduce, attraversando aree di prato e lievi pendii, agli episodi salienti del parco, uno specchio d’acqua di forma ellittica attraversato da un ponte pedonale in mattoni, in posizione centrale, e una collinetta artificiale alla cui sommità si trova una torretta-gazebo, simbolo del parco, disposta al confine nord est.
Sono stata oggi pomeriggio a fare alcune foto ed era, ammetto, la prima volta che ci entravo. Novoli non è il mio “lato” di città, è un quartiere per cui non ho mai provato particolare affezione.
Ho sempre visto il parco solo costeggiandolo da fuori, lungo viale Guidoni o Via di Novoli e ne ho sempre avuto un’impressione negativa. Quella collinetta artificiale a tronco di cono, visibile da lontano, solcata da un percorso spiraliforme che conduce a quel gazebo in stile vagamente eclettico, sulla sommità, privo di una reale funzione, mi hanno sempre suscitato un certo scetticismo e non poche perplessità: è questa l’idea di parco urbano contemporaneo a Firenze? E’ tutto qua quello che riusciamo a fare?
Ma il paesaggio si sa, è composto di tante cose, non è solo forma ma è soprattutto il prodotto di relazioni, interazioni ed è fortemente influenzato dalla percezione che se ne ha; in quanto tale, è profondamente mutevole. E le impressioni “da dentro” possono essere completamente diverse dalle impressioni “da fuori”.
In parte ho dovuto ricredermi in questa domenica pomeriggio, percorrendo con le ombre lunghe della sera i sentieri in terra bianca del parco. Rimane ferma la mia critica riguardo agli aspetti formali, il ponticello in laterizio che rimanda sommariamente al mondo artificiale degli outlet, la collina, gli elementi di arredo, i pali dell’illuminazione, per non parlare della scarsa qualità dei gazebo, in qualche modo oggetti connotanti del parco, come una sorta di folies all’italiana. Nell’insieme, una somma di elementi non particolarmente ben miscelati che non hanno, a mio avviso, la forza di caratterizzare in modo incisivo lo spazio.
Tuttavia, sarà per la grande dimensione dei prati, per i movimenti di terra che generano ambiti diversi e articolati, per l’apertura generale sul contesto urbano, inusuale per Firenze, ma camminando all’interno del parco si ha l’idea di trovarsi in un luogo “altro” rispetto alla città, in un sistema che segue regole diverse. Un sistema che, in qualche modo, ha una vita propria, piace e funziona. Lo dimostra l’elevato numero di persone che percorrevano oggi i sentieri, sedevano sulle panchine, giocavano nei prati; non mancava nessuno dei soliti personaggi “da render”: gruppetti di anziani, genitori con carrozzine, giovani padri con bambini per mano, adolescenti, giovani coppie, italiani e non solo.
Questo intervento di fatto dimostra che il successo di uno spazio pubblico urbano non dipende solo dai suoi aspetti formali, ma anche dai flussi che riesce a generare, dalle relazioni che riesce a intessere. Infine soprattutto, dal riconoscimento e dall’appropriazione che di esso fa la comunità. E il parco di San Donato, non particolarmente apprezzato dagli addetti ai lavori, a quanto pare, è stato assolto dai cittadini. Perciò la sua realizzazione non è stata in fondo un’occasione sprecata: il parco è un luogo in grado di assolvere alle sue funzioni, anche se semplicemente per la sua importanza intrinseca di nuovo spazio verde in un quartiere che ne è sempre stato avaro.
Qualcuno dinnanzi alla mia chiusura critica nei confronti del parco mi aveva detto: “ma hai provato a camminarci dentro?” – devo dargli atto, aveva ragione. Come deve essere, quando sono uscita mi sentivo meglio di quando sono entrata.

Cecilia Caldini

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2 pensieri riguardo “Toscana, di Cecilia Caldini – Il Parco di San Donato a Novoli

  1. Mi è piaciuto il tuo il tuo commento, che deriva dall’esperienza diretta e non da giudizio preso a priori.
    In particolare lo apprezzo da progettista di un parco a cui abbiamo lavorato a lungo immaginando luoghi piante e persone.
    Belle anche le fotografie. ce ne puoi mandare alcune?
    Buone passeggiate.
    Isola

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  2. Non so, Cecilia. No so se il gradimento del pubblico determini la bontà del parco. I Centri Commerciali sono sempre zeppissimi di gente. E’ chiaro che la gente ci va, ci andrei anch’io se abitassi in quel posto. Notare che, a differenza di Roma, dopo 4 o 5 anni dall’impianto, è tutto pulito e funzionante, c’è anche l’acqua e il suo inutile zampillo. Probabilmente sarà molto più vivibile tra 20 o 30 anni, ma io non ci sarò. La vegetazione fa molto. La vegetazione, o meglio chiamiamoli alberi, nasconderà tutti gli errori e le velleità dei progettisti. Chissà cosa sarà di noi tra 30 anni! Tu, probabilmente, avrai tra i 50 e 60 anni, io sarò cenere dispersa tra le mie amate felci (pare che a loro piaccia tanto). Non dico di usare un pronto effetto per quelli un pò su d’età, ma qualcosina per loro ci dovrebbe anche essere. Un mio amico diceva che nel suo giardino avrebbe piantato un eucalipto (senza polemiche per il tipo di essenza) per lui e delle quercie per i suoi nipoti. Vicino a Latina, di fianco a un bruttissimo centro commerciale, ho visto anni fa un bellissimo parco su non di più di tre ettari. Era la ricostruzione del paesaggio precedente all’insediamento urbano. Tu, mai avresti detto che quel posto lì aveva solo 5 anni! C’era l’acqua e vicino all’acqua i salici, gli agnocasti e non mi ricordo cosa, poi tutta una vegetazione mediterranea ricostruita, c’erano gli iris pseudoacorus, le canne, le filiree e mò non ti sto a spiegare tutte le essenze. Un unico grandissimo albero, ma enorme: un carubbo, fatto arrivare dalla terra d’origine del suo creatore. Sì, c’erano anche le quercie, ma piccolette e le rose, tante varietà botaniche, lasciate crescere a fontana, una dentro all’altra. Insomma, tutta questa vegetazione copriva il mio passaggio e mi dava ombra. Era costata al momento dell’impianto (2000?) circa un miliardo di vecchie lire. Prima non c’era niente, ma proprio niente: campi abbandonati. Lui, Corrado, è un Botanico.

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