Parco del Torrione Prenestino nel VI Municipio

Progettista: Responsabile del procedimento Arch. Sandro Rosati, Zètema Progetto Cultura srl per direzione cantiere

Luogo: quartiere Pigneto, Roma

Committente: Comune di Roma

Superficie: 8000mq circa

Realizzazione: 2010

Fotografie: Francesco Tonini

Cosa ne pensiamo: Doverosa valorizzazione di un contesto archeologico suggestivo, con risultati ordinari

All’angolo tra via Ettore Fieramosca e la via Prenestina, proprio dove l’uscita della tangenziale est si immette dall’alto nella consolare, con tutta la violenza che può esibire una infrastruttura considerata urgente e quindi mal progettata, è collocata da più di due millenni una tomba a tumulo oggi chiamata “torrione prenestino”. Negli ultimi decenni questo possente mausoleo è riuscito a difendere una esigua porzione di terra, dall’incessante avanzata degli edifici circostanti e della impietosa arteria cittadina, ma è stato comunque maltrattato da incuria ed abbandono, tanto che la sua mole era giunta a passare quasi inosservata. A dire il vero, anche ora che il restauro del monumento e la riqualificazione dell’area di pertinenza sono compiute, il parco e la sua attrazione rimangono poco visibili complici gli edifici circostanti, ma soprattutto a causa della rampa della tangenziale.

Il parco è situato nel territorio del VI Municipio ed è assimilato al Pigneto, quartiere che attualmente gode di una fama dettata dalla moda dell’ex quartiere operaio riqualificato ed apprezzato economicamente, comune a tutte le capitali dei paesi sviluppati, ma che in realtà offre pochi e mediocri spazi pubblici che non riescono ad essere rivalorizzati allo stesso modo del quartiere, a causa dell’incompetenza di chi è chiamato a riprogettarli.

Parliamo del parco. La sua realizzazione è stata prevista all’interno del Contratto di Quartiere “Pigneto” sin dal 2002, da un illuminato responsabile del procedimento, Mario Spada. (i Contratti di Quartiere) La sua estensione, delimitata da cancellate robuste simili a quelle che proteggono le altre aree archeologiche del comune di Roma, è tutto sommato sufficiente ad assicurare una offerta di servizi diversificata. Noi siamo entrati dall’ingresso principale di via Prenestina seguendo per caso la ciclabile che permette, pur con interruzioni non brevi, di proseguire per villa Gordiani o, in alternativa, di raggiungere altri spazi pubblici del sesto e del quinto Municipio, come largo delle Terme Gordiane o l’attrezzata piazza di Santa Maria Consolatrice a Casal Bertone.

Il disegno planimetrico evidenzia come siano state rispettate le distanze di circostanza dal tamburo del mausoleo, attraverso la definizione di percorsi pavimentati più o meno circolari, a partire da quello più prossimo al monumento. I percorsi sono tutti perfettamente accessibili ai disabili, provvisti di scorrimano nei tratti più faticosi e con la gestione del dislivello, tra la Prenestina e la più bassa via Fieramosca, attraverso rampe dalla pendenza docile.
Alla semplice pavimentazione in mattoncini di cls dei percorsi sono contrapposte, quasi unicamente, estensioni a prato falciato. L’ovvia necessità di mantenere libera da ostacoli la vista del principale attore del parco è quindi garantita dalla semplice accoppiata di prati e radi lecci, che verso via Fieramosca riescono quasi ad accennare un boschetto. I due ingressi principali (gli altri due conducono uno ad un piccolo parcheggio posteriore, l’altro ad un ingresso con scale sulla Prenestina), segnalati entrambi dagli immancabili cipressi, sono entrambi dignitosi e curati ma differiscono notevolmente tra loro, sobrio e tipico della nota avarizia dell’amministrazione capitolina quello su via Prenestina, abbondante di cespugli ed arbusti in buona parte mediterranei quello su via E. Fieramosca. Quest’ultimo, oltre alla ricchezza di specie vegetali, anche se associate in maniera poco brillante, non si fa mancare la scelta tra una scala in mattoncino laterizio e travertino e ben due rampe, una delle quali dovrebbe servire una non ben circoscritta area cani. Un paio di Cercis siliquastrum e qualche Yucca affiancano i cipressi, nel tentativo di equilibrare i pesi nei pressi dell’altro ingresso, con minor successo.

Gli arredi sono tutti comuni del territorio della capitale, panchine in ghisa e legno, ed illuminazione a pali in metallo con testa filo-U.F.O. che hanno gradualmente invaso la capitale. Completa l’offerta per i fruitori una area giochi attrezzata di forma ovale, semplice ma utilizzata.

Quello che emerge dalla visita di questo parco è a me chiaro. La scelta di utilizzo delle aree archeologiche per ottenere nuovi spazi pubblici è conveniente: l’archeologia ottiene un palcoscenico continuo e l’area di pertinenza riceve una cura certa e sfrutta l’attraente passato della rovina. Quello che non va è l’eccessiva uniformazione degli spazi pubblici, che non godono più di una loro individualità funzionale ed estetica. Questi spazi sono asserviti alla certezza del valore dei resti archeologici e vengono quindi deliberatamente oscurati da una progettazione mediocre, che non entra in competizione con la star archeologica di turno. Negli anni, questa tendenza alla banalità degli spazi cittadini in aree archeologiche, ha influenzato anche il modo di progettare il resto del territorio comunale. Di conseguenza non si fanno più concorsi, non si verifica più la validità di un progetto attraverso un dibattito aperto tra professionisti e cittadinanza, ma si regalano spazi dozzinali da vivere in maniera ordinaria, in funzione dell’unico mezzo che ci rende orgogliosi di essere romani, il nostro passato remoto. Se non ricostruiremo presto la nostra immagine contemporanea, verremo cancellati dalla storia come un nuovo oscuro medioevo.

Francesco Tonini

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