ARREDO INURBANO #1, di Monica Sgandurra – il meraviglioso mondo della fioriera in calcestruzzo

Dalle Alpi alle piramidi, da nord a sud, insieme alle poste prefabbricate di Spadolini, sono stati gli elementi che hanno maggiormente contribuito all’immagine dell’Unità d’Italia.
Non esiste comune grande o piccolo che non le abbia, anche nelle versioni di copia rivista e corretta.
Ricordo bene la loro apparizione tanti anni fa a Roma. Era il 1994. Era diventata presidente della Camera dei Deputati Irene Pivetti. Come primo atto da presidente fece mettere delle fioriere a forma di ciotola in calcestruzzo bianco o grigio tipo granito (brevettate per il loro sistema di livellamento e riserva d’acqua) a sostituzione delle transenne metalliche. Le fioriere erano a loro volta riempite da piccoli cespugli di rose rosse meilland. Fu l’inizio della loro campagna di conquista del territorio italico. Anni dopo fu la stessa Pivetti che ammise che si, erano brutte, ma avevano a disposizione pochi soldi, ed erano comunque meglio delle transenne in alluminio.
Da allora non c’è spazio pubblico del centro storico che non ha accolto per brevi e/o lunghi periodi queste fioriere. Continuano ad avere una forte attrattiva per i luoghi della politica, quindi eccole che spuntano davanti a Palazzo Madama, oppure intorno alla Moschea, ma non disdegnano neanche piccole piazze come Piazza delle Cinque Scole o a piazza Mattei intorno a quel gioiello che è la fontana delle Tartarughe, o nelle strade strette del centro storico.
La maggior parte non ha più la fascia in rame che strozzava le rotondità a metà circonferenza, alcune hanno degli anelli sul bordo superiore per facilitare lo spostamento, mentre altre sono svuotate e funzionano da gettacarte. E’ lontano il ricordo delle banali roselline rosse. Le fioriture sono state quasi del tutto sostituite da arbusti sempreverdi, agavi e palmizi, perché neanche quelle roselline riescono a vivere alla totale incuria.
La funzione originale di fioriera è stata da tempo modificata; viene utilizzata come dissuasore (del resto la Pivetti ne aveva suggerito l’uso alternativo), per cui eccole in fila a proteggere pedoni, ingressi, fontane, ridisegnando i bordi di strade, marciapiedi e piazze. Non è escluso neanche l’uso creativo, per cui eccole apparire sulle aiole all’ingresso del viale della Farnesiana, oppure come vaso wc sopraelevato per piccoli cani.
Non c’è turista straniero che al ritorno dalle vacanze romane non sia stato immortalato con una di loro sullo sfondo, per cui l’immagine di queste ciambelle in calcestruzzo avrà fatto il giro del mondo come lo gnomo di Amelie…….
Quelle più devastate poi, sono state declassate e spostate in periferia, risollevando in questo modo la questione del decoro urbano. Negli anni poi, questo tipo di fioriere ha avuto numerose riproduzioni, più o meno riuscite, che confermano il grande successo e popolarità oggi consolidato.

In un piccolo saggio “Accelerating Darwin” Adriaan Geuze (West 8 per intenderci) fa una riflessione: “Il panorama urbano bombarda gli abitanti delle città con immagini, segnali stradali e spazi pubblicitari; una sequenza di eventi che dà dipendenza. […] Lo spazio pubblico contemporaneo riflette l’organizzazione e la burocrazia della città. […] L’Homo Sapiens, con la sua ricca storia e vita culturale è degradato a consumatore, utente, acquirente – il suo comportamento è definito. Tutti gli elementi della strada si concentrano su un uso chiaro e standardizzato; la legge e il codice dettano il comportamento.
Il paesaggio pubblico è ridotto ad una limitante unidimensionalità che ignora l’intelligenza dell’abitante urbano”.
Mi trovo sostanzialmente d’accordo con Geuze, tranne per il fatto che nell’italica terra troviamo usi alternativi e creativi ai nostri oggetti urbani, come nel caso di queste fioriere, confermando il detto che necessità fa virtù.
Ma il problema è serio al di là delle battute e delle facili ironie.
Si tratta della questione dell’arredo urbano, del suo raggio d’azione, della sua qualità, dell’opportunità del suo inserimento, della produzione di spazi armonici, in sintonia con le persone e con l’ambiente.
Nel 1991 al Palazzo delle Esposizioni fu organizzata una bella mostra dal titolo “La capitale e Roma – Città e arredo urbano”. Si trattava di un’esposizione che attraverso un arco temporale che andava dal 1870 al 1990, raccontava sostanzialmente i nostri spazi urbani. Due cataloghi divisi in due periodi (1870-1945 e 1945-1990) facevano vedere, in sintesi come nel primo periodo la realizzazione di spazi pubblici, elementi di arredo, fontane, opere d’arte, elementi di illuminazione fosse ciò che in sostanza abbiamo ereditato oggi. La città era diventata capitale e il rinnovamento e la sua trasformazione moderna portarono al lavoro sullo spazio pubblico. Per contro, se si sfoglia oggi la seconda parte del catalogo, ci si imbatte in una quasi totalità di progetti per arredi e spazi pubblici, la maggior parte dei quali, non realizzati. Tanti studi, ricerche, proposte ma poche applicazioni. Negli ultimi venti anni poi, si assisteva ad un congelamento del fare e l’energia creativa fu scaricata nel progetto e qualche volta, nel disegno.
Ma la questione a mio avviso, non riguarda il fare in generale, ma come fare.
In un bellissimo saggio “Il design è un pipistrello mezzo topo e mezzo uccello” uscito nel 1991, proprio nello stesso anno della mostra, Giovanni Klaus Koenig mette in chiaro come nel processo creativo dell’”arredo architettonico” ci sono due correnti, due tendenze fondamentalmente differenti. “La corrente organica, da Wright a Sharoun, identifica l’arredo con l’architettura, la quale diviene, per quanto possibile, essa stessa arredo; che è quindi inscindibile dal contenitore, sia in senso linguistico che, talvolta, fisicamente. […]
L’altra corrente, teorizzata dal Bauhaus e portata da Mies alle estreme conseguenze, scinde invece l’operazione in due momenti creativi distinti. Scaricando di ogni carattere l’architettura con tenitrice dello spazio, portando cioè al grado zero ogni qualificazione spaziale, si attribuisce per necessario compenso agli oggetti del design ogni capacità di caratterizzare la funzione e di qualificare lo spazio interno. […]
Nella città moderna, salvo rare eccezioni, non si trova più alcun processo organico, e per motivi prevalentemente pragmatici, e non teorici o di scelta estetica.”
La penso come Koenig; le nostre piazze contemporanee, i nostri spazi pubblici sono spesso confusi e banali, perché si introducono spesso e volentieri oggetti che a loro volta non riescono ad inserirsi armoniosamente, funzionano male, sono esteticamente inaccettabili, per dirla in breve, brutti.
Noi tutti, spesso e volentieri, li accettiamo, fino a non vederli quasi più.
Aggiungo. C’è da fare un’altra riflessione che riguarda invece le nostre sensibilità estetiche e la nostra epoca.
E qui di nuovo Koenig. “Lo storico ha una risposta facile: se, come dice Munford, la città è il segno delle relazioni sociali integrate, ogni società ha l’arredo urbano che merita”.
Quindi, senza fare la scoperta dell’acqua calda, è un problema culturale, sociale, di bellezza intesa in senso etico. Come ci ricorda nel suo saggio Gianrico Carofiglio “La manomissione delle parole”, la bellezza non è un ornamento. E’ una forma di salvezza e insieme una categoria morale. E’ il sintomo, o forse, più precisamente, il farsi visibile e concreto del bene morale”.
E ancora, citando Camus, “la bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei”. […] Mantenendo la bellezza, prepariamo quel giorno di rinascita in cui la civiltà metterà al centro delle sue riflessioni, lungi dai principi formali o dai valori sviliti della storia, quella virtù viva che fonda la comune dignità del mondo e dell’uomo e che ora dobbiamo definire di fronte ad un mondo che la insulta”.
E allora? Basta con queste fioriere nelle piazze, nelle vie, sui prati, usate in tutti i modi tranne come dovrebbero essere usate, ossia come contenitori di piante e non come dissuasori.
Basta questo uso indiscriminato, inappropriato, dove il valore dell’ornamento si perde tra le gomme delle automobili.
E anche basta con il dire “avevamo pochi soldi e quindi per risolvere il problema anche se brutte, le mettiamo lo stesso”. Quelle fioriere all’epoca costavano tanto, molto più di un vaso in cotto festonato e fatto a mano con argille toscane.
Smettiamola di risolvere lo spazio urbano con i vasi.
Personalmente sono per quella categoria che Koenig chiama plastica, dove lo spazio e l’architettura dialogano con intensità e fluidità, con meraviglia e semplicità di uso, con ricchezza espressiva e bellezza. Per noi italiani, un tempo, tutto questo era semplice, scontato, pane per i nostri denti. E oggi?
Vasi, fioriere, anfore, sono elementi che hanno una lunghissima storia di decoro nei nostri parchi. Lo abbiamo dimenticato? Io penso proprio di si visto l’uso, le modalità di inserimento, e soprattutto la produzione di questi oggetti.

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4 pensieri riguardo “ARREDO INURBANO #1, di Monica Sgandurra – il meraviglioso mondo della fioriera in calcestruzzo

  1. Sono anni che anche io denuncio questa vergogna (ho anche scritto al rappresentante Unesco x l’Italia che ha risposto che effettivamente il problema è grave) che si trascina da decenni….la cosa singolare e anche un pò sadica è che la ditta che fa queste fioriere si chiama Bella Italia!!! Giorni fa ero ad Urbino (un vero gioiello rispetto a Roma) e in una piazzetta mi sono imbattuto in una di queste orrende fioriere in cemento armato (vuota)….è stata come una coltellata! Come un cancro….si propaga ovunque per l’Italia…la povera Italia del XX secolo con il suo paesaggio ormai sotto scacco e con la maggior parte delle persone ormai assuefatte (forse sarebbe meglio dire rassegnate) al degrado visivo di queste forme di arredo! A Roma il fenomeno ha ormai raggiunto livelli inaccettabili se pensiamo che hanno fatto ormai capolino a piazza Navona,vicino al Colosseo….di questo passo credo che nessuno si meraviglierà più se un giorno le vedremo sulla scalinata di Trinità dei Monti. Cosa direbbe un turista italiano che andando a Parigi si trovasse la facciata di Notre Dame con 2 belle fioriere in cemento come ornamento del portale d’ingresso? Un pò la stessa delusione che prova un turista che cercando Palazzo Spada (niente pò pò di meno che sede del Consiglio di Stato!) e si ritrova la splendida facciata lordata da fioriere in cemento e plastica!

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  2. Grazie per aver sollevato la questione, sembrerebbe un problema banale che invece moltiplicato in ogni angolo del centro (e non solo) della città diventa sostanziale!

    Non c’è considerazione dell’arredo urbano come mezzo estetico funzionale alla città… non è trattato con l’attenzione (già insufficiente) riservata all’architettura, a partire da manto stradale, marciapiedi, pattumiere, segnaletica stradale selvaggia, per arrivare agli elementi decorativi veri e propri come le fioriere da voi segnalate.

    Chissà se per capire il concetto di arredo urbano si debba prima passare da una coscienza di città vista come “casa” della quale siamo tutti proprietari…certi orrori e errori senza gusto e senza storia, comparirebbero in casa nostra? noi non crediamo!

    Il tuo arredo

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    1. Mi considero un esperto dell’arredo urbano, perchè sono in quel mondo da circa 30 anni, oggi come Direttore Generale di un’Azienda che produce arredo urbano in cls.L’arredo urbano a Roma ha lo stesso indirizzo da sempre, senza nessun criterio logico di scelta sia di design che di prodotto ecocompatibile. L’arredo urbano, il decoro urbano di una città é importante sia per la città stessa, sia per la Gente che Vi risiede, o che giornalmente viene in visita, pellegrinaggio, vacanza, lavoro.

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  3. Condivido in toto, Monica!!! Ma vedi, il verde e l’arredo urbano a Roma da oltre 30 anni sono sempre uguali a se stessi, sempre gestiti nel medesimo modo. Era Direttore del Servizio Giardini Bruno Vergari, quindi parliamo degli anni ’80 e primi anni ’90: da allora non è cambiato nulla, si continua a tagliare l’erba nelle ville 15-20 volte l’anno con uno sperpero di denaro pubblico impressionante, si continua a potare gli alberi ogni anno che passa in modo peggiore, si continuano a usare gli stessi elementi di arredo…. Poche cose a Roma sono immortali come la cattiva gestione del verde e dell’arredo, intanto il mondo va avanti con nuove strategie sostenibili e nuovi materiali.

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