Waterscapes, “Sapienza” Università di Roma – video-estratto della conferenza

Lo scorso 23 giugno si è riunita l’ultima tavola rotonda ospitata dal Dottorato in Progettazione e Gestione dell’Ambiente e del Paesaggio della Sapienza. L’organizzatrice dell’incontro dal nome “Waterscapes, letture e riflessioni sul progetto di waterfront negli Stati Uniti”, è stata la dottoranda Benedetta Di Donato, che con ottima preparazione ci ha introdotto al suo dottorato di ricerca. Lo studio della Di Donato prende in considerazione la scuola americana del paesaggio, mai trainante come adesso il settore del paesaggio, e le sue applicazioni progettuali al progetto dei “paesaggi d’acqua”.
I relatori della tavola rotonda sono stati scelti con cura al fine di ottenere una visione multidisciplinare della progettazione dei waterscapes, progetti che se vogliono essere di successo non possono sottrarsi all’approfondita conoscenza dei sistemi ambientali naturali e vegetali, ma anche di quelli funzionali ed estetici più propri ai piani urbanistici ed ai progetti di architettura.
Hanno aperto l’incontro il prof. Benedetto Todaro, direttore della scuola di dottorato in Scienze dell’Architettura, il prof. Achille M. Ippolito, coordinatore del dottorato, e il prof. Giorgio Di Giorgio, coordinatore del dottorato in Architettura Teorie e Progetto, che hanno subito evidenziato la particolarità dei paesaggi d’acqua come luoghi di transizione e di scambio tra il sistema antropico e quello naturale.
Ha poi esordito il prof. Carlo Blasi, ordinario di Ecologia Vegetale presso la Sapienza. Blasi ha introdotto il suo discorso dicendo che la progettazione del paesaggio è sicuramente destinata all’uomo, ma che i sistemi naturali esistono soprattutto senza la presenza umana. Secondo un pensiero condivisibile di Blasi, non è possibile progettare correttamente il paesaggio senza la conoscenza accurata dell’eco-regione in cui si opera. In sostanza l’eco-regione è la potenzialità ecologica di un territorio e differisce dal paesaggio, che come sappiamo, è oggi definito come il risultato di fenomeni naturali ed intervento antropico che agiscono su un territorio. Come linea generale, i sistemi d’acqua sono ricchi di biodiversità e naturalità, ma sono anche molto fragili. In un sistema fragile è possibile apportare modifiche radicali e sconvolgimenti attraverso l’interferenza di una piccola energia esterna. E’ anche vero però che attraverso una piccola aggiunta di energia, attraverso piccoli interventi, è possibile innescare un processo di rinaturazione che nei sistemi acquatici, nei quali si riscontra solitamente una forte resilienza, porta ad attivare nuovi processi naturali automatici. E’ bene quindi che il progettista di un waterscape si adoperi per collaborare con professionisti botanici ed ecologi che conoscano bene le regole dei sistemi naturali, e che possano quindi garantire il successo del progetto attraverso il suggerimento di interventi minimi ma appropriati.
E’ poi intervenuta l’arch. Alessandra Fiorino, dottore di ricerca in Architettura dei Parchi e dei Giardini e Assetto del Territorio, che ha intrecciato un discorso sull’evoluzione della cultura americana relativa all’ambiente naturale, all’ambiente urbano ed al paesaggio. I collegamenti intuitivi della Fiorino sono molto interessanti ed è possibile ripercorrerli anche nel libro da lei scritto Paesaggi sull’acqua.
Hanno chiuso la tavola rotonda i contributi dell’urbanista Pietro Latini e del dottore di ricerca presso Roma Tre, Annalisa Metta.
Le parole di Latini sono state a me particolarmente gradite. Con un ragionamento analitico, molto lucido, è riuscito a chiarire aspetti poco chiari riguardanti la progettazione degli spazi pubblici in rapporto con i paesaggi d’acqua. L’illustrazione della sua ricerca, culminata con la pubblicazione di un libro sul progetto urbano di Battery Park City a New York, è servita a chiarire i contributi americani nella progettazione dello spazio pubblico sull’acqua. Latini Ha esordito ricordando i pensieri di Rosario Assunto, il quale precisava che la forma è il valore aggiunto del paesaggio. Quanto viene fatto in ambito urbano, secondo Latini, deve necessariamente riferirsi all’uomo ed il progetto di Battery Park City ha espressamente introdotto una innovazione: l’affidamento della struttura portante della città agli spazi pubblici urbani in una epoca, quella degli anni ’70, in cui era ancora diffusa la nozione che la città fosse generata dall’affiancamento di blocchi di edifici. Il progetto di Battery Park è stato tra i primi ad individuare i “luoghi”, indicati nel progetto come “special places”, spazi dotati di bellezza estetica in cui dovesse avvenire la vita. Special places che erano per lo più collocati vicino all’acqua, elemento naturale che si presta alla creazione di scenari estetici da godere e vivere. La conclusione di Latini è fondamentale per il nostro mestiere: è bene capire che la cura dell’aspetto estetico è strutturale all’aspetto funzionale di un progetto o piano urbano. La bellezza incontra le aspettative del cittadino e crea il valore della città.
Annalisa Metta è brava e non smette di stupirci. Partendo dal Central Park di Olmsted ha citato le sensazioni di quest’ultimo riguardo al suo progetto più famoso: Central Park è un manufatto e come manufatto può essere considerato arte. In una epoca come la nostra attenta agli effetti ambientali di qualsiasi intervento sul paesaggio, la cultura americana aveva già intrapreso, più di un secolo fa, la strada dialettica tra narrativa estetica del progetto e necessità ecologiche del territorio, dialettica che acquista importanza ancora maggiore nelle aree di comunicazione tra l’acqua e la terra ferma. All’apparente archiviazione dell’aspetto estetico, oggi subordinato alle necessità ecologiche dell’ambiente anche a livello di sentire comune della popolazione, la scuola americana dei paesaggisti ha risposto proponendo progetti anti-ideologici, nei quali la forma non assume solo valore di abbellimento dell’ambiente, ma diviene parte indispensabile al fine della corretta percezione del paesaggio. La Metta cita un saggio perfettamente aderente a questo tema, “Sustaining Beauty” di Elizabeth K. Meyer, che sostiene la necessità assoluta di salvaguardare la bellezza al fine della salvezza del paesaggio. Le conclusioni del discorso di Annalisa sono state spunto di grande riflessione per me: l’iper-natura ostentata in alcuni degli ultimi progetti, come nel Teardrop Park in New York disegnato da Michael R. Van Valkenburgh, in cui il senso sublime della natura viene potenziato artificiosamente al fine di produrre emozioni da lacrima, è forse sintomo della cultura americana che ha un approccio non ancora laico nei confronti della natura e di conseguenza del paesaggio……
Aggiungo io: è possibile che la cultura europea abbia abbandonato il ricorso al sublime già da un paio di secoli a causa dell’estremo addomesticamento della natura nel vecchio continente? E’ possibile che i paesaggisti europei non riescano a produrre progetti spettacolari su vasta scala perché non abbiano più bisogno di ricordare la forza violenta della natura, allontanata da tempo dal nostro senso comune?
Se si tratta di superbia, faremmo bene a fare un passo indietro, senza il quale non saremo più in grado di pensare le nostre città. Vi lascio al video.

Francesco Tonini

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2 pensieri riguardo “Waterscapes, “Sapienza” Università di Roma – video-estratto della conferenza

  1. perchè il Gingko è autoctono?
    La catalpa è proprio bella, ho fatto un piccolo viale allegrotto con la più piccola la bungei e ti do ragione anche per la Paulownia anche se è un po’ troppo grande e merita di starsene isolata. Due alberi che mi piacciono molto anche se come dici fanno tanto fine ‘800. starò invecchiando vorrà dire, e mi starò trasformando in una vecchia signora retrò!
    Lucilla ti cerco nel pomeriggio per quattro chiacchiere in tranquillità

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  2. Monica, che dici della catalpa? Certo non è autoctona, come va di moda adesso, ma è velocissima, bella con le sue foglione, i suoi fiori pallidi, spogliante d’inverno e poi a Chiesa nuova sta benissimo. Anche la paulownia è bella. Certo hanno quell’aria ottocentesca… ma meglio degli ulivi, dei prunus da fiore e da frutto e di altri alberini abbastanza inutili.

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