I Biennale dello Spazio Pubblico di Roma – Gentrificazione. Quale civiltà, quale spazio pubblico?

Prendendo spunto dal preciso intervento di Ali Madanipour, durante la sessione plenaria della I Biennale dello Spazio Pubblico di Roma, vorrei tracciare una linea di congiunzione filologica con un altro intervento di Luca Montuori, meno generalizzato ma puntuale per la rappresentazione di una realtà italiana dello spazio pubblico piuttosto deprimente.
Partiamo da un assunto fondamentale, che si sta perdendo a causa di pressioni crescenti da parte della società basata su sistemi socio-economici che assumono il denaro come unico valore:
lo spazio è il luogo della rappresentazione della cultura.
Nello spazio ci si muove, ci si incontra, si comunica, si vive. Lo spazio è potere della rappresentanza. Non dovrebbe essere necessario giustificare la necessità degli spazi pubblici, eppure gli amministratori pubblici chiedono sempre più spesso di ricevere garanzie di ritorno economico immediato dall’investimento in spazi pubblici, parchi piazze o giardini che siano.
Il ritorno dell’investimento su uno spazio pubblico si quantifica in benefici sanitari, psicologici, sociali ed infine economici, sempre, ma in un lungo periodo.
Spesso la riqualificazione di uno spazio pubblico genera commercio, rivalutazione degli immobili adiacenti, miglioramento dell’immagine della città. I privati competono continuamente per l’acquisizione dello spazio, perché è potere. Se lo spazio è concentrato nelle mani di un privato lo rende molto influente nelle scelte della società, se lo spazio è posseduto dalla comunità la rende bella e dinamica grazie agli scambi culturali che vi avvengono.
L’unico modo di far coesistere senza contraddizioni, differenti culture e fasce sociali, è nello spazio pubblico.
Bisogna introdurre un terribile termine che viene dall’inglese: gentrification. La gentrificazione avviene quando un ceto sociale più ricco si stabilisce in un’area provocando l’allontanamento del ceto sociale più povero che vi viveva. La gentrificazione crea città monoculturali, tutte uguali, dove le regole vengono dettate dal potere economico che si rifugia in stereotipi legati ad una standardizzazione simbolica. Il ceto sociale ricco tende a tracciare un confine territoriale al fine di separarsi dai ceti sociali più poveri. Questo fenomeno avviene da decenni in tutte le società in cui la forbice tra ricchi e poveri è ampia. In tali situazioni il ceto sociale ricco non approva più la realizzazione dello spazio pubblico, unico luogo di comunicazione, ma tende ad erigere muri e cancelli, isolandosi e ghettizzandosi nella sua monocultura. Le monoculture bloccano l’unica associazione vincitrice in natura, la biodiversità. Il concetto di biodiversità è applicabile a tutti i sistemi viventi ed è l’unica forma aggregativa che garantisce lo sviluppo di tutto il sistema. La diversità sociale, messa in grado di operare scambi attraverso lo spazio pubblico, garantisce la mancanza di violenza tra i ceti sociali che la popolano e bellezza estetica che rispecchia la stessa società.
Le monoculture perdono la capacità di dialogare e generano sempre azioni e reazioni violente
Il ceto ricco, rifugiato all’interno dell’ambiente che sente familiare, tende a creare spazi privati aperti al pubblico, che assumono funzioni non più relative alla comunicazione. L’accesso a questi spazi è consentito solo a coloro che riconoscono la distorta funzione dello spazio e che si uniformano ad essa. Sto parlando dei tristemente noti “non luoghi”, i grandi centri commerciali che infestano le periferie delle nostre città. Visione liberale del nostro territorio.
Monocultura, isolamento, ampia forbice economica tra ceti ricchi e poveri, generano scontro violento, mancanza di sviluppo e danno economico per la società.
Non è un caso che il motore delle nuove fiorenti economie sia basato sull’arte e la cultura, diffuse attraverso la partecipazione alla vita sociale negli spazi pubblici. I centri storici delle città italiane sono esempio massimo della bellezza della diversità sociale nello spazio pubblico, mentre buona parte della classe politica, corrotta ed ignorante del nostro paese, mira all’esempio infruttuoso e violento della periferia delle metropoli statunitensi, massimizzate al profitto ed alla alienazione sociale, distruttrice dell’unico grande valore umano, la comunicazione.
Vi lascio al video estratto del brillante breve discorso di Luca Montuori, presentato alla I Biennale dello Spazio Pubblico. L’arch. Montuori ci mostra una carrellata di situazioni da non seguire riguardo gli spazi pubblici della capitale. Un interessante ragionamento per chiudere questo articolo.

Francesco Tonini

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