Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #13 – L’ORTO FELICE DI PAOLO P.

Oggi parlare di orti in città mi da un senso di fastidio, mi fa ricordare i tempi di guerra (io ci sono nata, ma in verità non ne ho coscienza), ora, infatti, si fanno chiamare orti di pace.
Da una parte ci sono i modaioli che l’orto se lo fanno sui loro graziosi terrazzini e quando invitano gli ospiti propinano a cena le loro insalatine bio (la varietà Esso è migliore della Agip e della Total), dall’altra ci sono i meno abbienti che vengono avviati a questa pratica nei posti più assurdi per poterci coltivare una qualsiasi roba mangereccia. Poi da quando Lady Obama l’ha fatto nel giardino della sua magione a tempo determinato, si sono scatenati tutti e giù a piantare pomodori, verze, peperoni e ogni ben di Dio! Gente che non ha mai guardato in faccia un vegetale (e continua a non farlo) progetta orti condominiali, coltivazioni in spazi incolti tra due autostrade, intanto però l’ANAS e le FFSS puliscono tutti i bordi stradali e le rotaie dei treni a colpi di diserbanti. Addio al terzo paesaggio e alla nostra amata Alcea, cara Monica S.!
Perché questo furore attorno agli orticelli? Azzardo: !) La panza è sempre la panza e qualsiasi iniziativa nasca intorno alle sue esigenze riscuote comunque un gran successo. 2) La moda o il bisogno di alimentarsi in maniera biologica, anche se prima bisognerebbe verificare la composizione del terreno su cui vengono coltivati i vegetali. 3) La morale un pò cattolica per la quale l’orto serve, mentre il giardino è un inutile perditempo pagano destinato all’ozio.
Detto così potrebbe sembrare che io abbia un atavico odio per i verzieri, invece no, nella mia casa paterna ce n’era uno bellissimo, con ogni sorta di leccornie e mio padre, fine botanico di origine contadina, lo curava con quel amore che dava solo ad esso e ai grandi alberi. Per quanto riguarda me, i geni di mio padre si sono irrimediabilmente mischiati con altri, tanto che io preferisco il giardino e mangiare una piantina da me coltivata, mi farebbe lo stesso effetto che tirare il collo a una gallina amorevolmente accudita dalla sua nascita. Ma questi sono affari miei.
Tutto ciò per raccontare di un affabile signore di Torino che sa fare gli orti davvero e li fa bellissimi usando gli ortaggi come piante in un giardino. Il più bello che ha fatto è a Roma è rotondo, contenuto in un anfiteatro romano, vicino a una chiesa che ha la facciata disegnata dal Borromini e che conserva alcune delle reliquie più preziose per il mondo cristiano: un pezzo della vera croce del Cristo, la croce intera di uno dei due ladroni, parte della corona di spine, un sacro chiodo e il Titulus crucis. Certamente anche qui gli ortaggi saranno targati da varie marche di benzine, ma almeno ha un senso, in quanto è sempre stato l’orto dei monaci che custodiscono le sacre vestigia e l’anfiteatro è nientemeno quello di Caracalla. Ora, che ha anche un cancello bellissimo fatto da Jannis Kounellis, non si può più visitare e non si capisce bene perché.
Questo signore è il nostro architetto dei giardini e del paesaggio più importante e famoso: Paolo Pejrone.

Pejrone, dopo essersi laureato in architettura al Politecnico di Torino, ha avuto la fortuna di diventare allievo di Russel Page e di frequentare lo studio di Roberto Burle Marx. Dal 1970 lavora come architetto dei giardini in Italia, Francia, Svizzera, Grecia, Germania, Inghilterra e Arabia Saudita. E’ vice-presidente per l’Italia della International Dendrology Society, socio fondatore dell’A.I.A.P.P.,, ideatore e fondatore della Mostra “Tre giorni per il Giardino” al castello di Masino e fondatore e presidente dell’Accademia piemontese del giardino.
Ho avuto il piacere di conoscerlo e di essere ospite nella sua casa di Revello circa 20 anni fa. Quello era un anno speciale, perché il suo giardino compiva giusto un anno.
– Come – gli dissi io – il più importante artefice di giardini d’Italia non aveva un giardino?-
– No, sono stato sempre troppo impegnato a fare quelli degli altri. Un po’ come la storia del calzolaio e le scarpe rotte.- Gli chiesi cosa succede a un giardiniere che ha fatto solo giardini per gli altri, nel momento che ne crea uno per se. – E’ un casino, perché come progettista sono abituato a litigare con la committenza e qui succede la stessa cosa, solo che in questo caso il progettista e il committente sono la stessa persona, cioè io.- Il giardino era molto diverso da quello che vedo ora fotografato nel suo libro, era molto semplice, ma già molto raffinato. Ricordo alla sinistra dell’ingresso una lunga vasca rettangolare che probabilmente in tempi remoti era servita per raccogliere l’acqua o per abbeverare i cavalli, riempita di ninfee, di equiseti, di Butomus umbellatus, iris pseudoacorus, iris levigata e di tante altre piante d’acqua che io allora non conoscevo. Davanti a ogni porta della bella casa di campagna settecentesca ricoperta di Parthenocissus, c’erano enormi piante di Nicotina sylvestris, messe lì per profumare l’aria della notte. Sul lato destro, un grande rettangolo piantato di rose “Iceberg” bianco puro. – Queste le avevo messe nel giardino di una mia cliente, ma non andavano bene e allora le ho portate qui.- Dietro la casa, sul declivio che va verso la valle, aveva sistemato una massa enorme di ortensie di tutte le sfumature dal rosa, al celeste, al viola cupo. Il sentiero che andava verso la campagna era ombreggiato da un bosco di castagni ed era bordato da digitali e felci e in fondo, dove gli alberi erano finiti, un enorme cespuglio di rosa “Ramona”.
Vicino a una forra, dove vivevano protetti banani, enormi esemplari di Gunnera manicata e felci arboree (-L’avvocato Agnelli l’ha chiamata ironicamente “l’orrido Pejrone”-), ombreggiato da un maestoso noce, c’era l’orto. Magnifico, rigoglioso, fresco, pulito. Mi fece notare l’acqua trasparente contenuta nella vasca e poi incominciò l’elogio del rospo.
Stavo dimenticando il suo uliveto! Paolo è stato uno dei primi a sperimentare gli ulivi nel basso Piemonte. Quell’anno aveva fatto il suo primo raccolto e con orgoglio mi fece vedere il litro d’olio che ne aveva ricavato. Ancora mi sto arrovellando pensando a come fosse riuscito a convincere un frantoio a macinare una sporta di olive.
Potrei continuare a scrivere quello che mi aveva raccontato del suo incontro con Russel Page, della sua frequentazione con Burle Marx (ma lo sapevate che il vecchio Karl era un suo prozio?), della sua grande amica e protettrice Marella, dei bei giardini che ha fatto, ma sono notizie che troverete nei libri che ha scritto. Riporterò invece quello che mi ha raccontato Guido Piacenza, suo coetaneo e primo raffinatissimo vivaista non commerciale in Italia:” Quando io incominciai a fare il vivaista, ordinai tutte quelle piante nuove dal vivaio inglese Hillier, Paolo, che avevo conosciuto da poco, prese a venire da me tutti i giorni, per vedere come crescevano e come si comportavano…”. Questo ve la dice lunga. Pejrone dice ancora in un’intervista: “Per fare un giardino pubblico o privato gli architetti prima fanno il disegno e poi pensano alle piante. Invece prima bisogna pensare alle piante che ben si adattano al luogo e poi fare il disegno. I giardini quando invecchiano cambiano, ma se le piante sono quelle adatte, se sono state impiantate bene, alle giuste distanze, saranno comunque dei giardini felici.”

In giardino non si è mai soli. Diario di un giardiniere curioso (Universale economica)
2002 Milano ed Feltrinelli

Il vero giardiniere non si arrende. Cronache di ordinaria pazienza (Universale economica)
2003 Milano Feltrinelli

I miei giardini
2008 Milano Electa Mondatori

Gli orti felici (Mondadori Arte. I libri di VilleGiardini)
2009 Milano Electa Mondatori

La pazienza del giardiniere. Storie di ordinari disordini e variopinte strategie 2009 Torino Einaudi

In giardino…, il vero giardiniere… e la pazienza… sono una selezione di articoli che Pejrone ha pubblicato settimanalmente sul quotidiano “La Stampa”.
Ne “Gli orti felici” l’autore descrive i ventidue orti più belli d’Italia. Uno di questi è quello che Maria Cristina Leonardi, organizzatrice della Mostra romana “La conserva della neve”, ha realizzato a Orvieto

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4 pensieri riguardo “Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #13 – L’ORTO FELICE DI PAOLO P.

  1. Monica, i proprietari dei giardini non chiamano più il paesaggista che li ha fatti, non per un senso di gelosia …oppure per gelosia, ma del portafoglio. Hanno paura di pagare un’altra parcella e allora chiamano il proprietario del Garden Center vicino a casa e quello ci mette i ciclamini rossi. “Signora mia, sto giardino era così smorto! Vede come sta meglio con un una macchia di colore?” Oppure non chiamano nessuno, pensando che una volta fatto l’impianto l’operazione sia finita e quando si accorgono che è tutto scappato fuori dalle righe, ingaggiano uno che costa di meno. E quello ci mette le mani.

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  2. no, no, non si butta via nulla, scherziamo Lucilla!
    forse bisogna parlare con i suoi fotografi……..
    no, non è una bella cosa mettere le mani sul lavoro altrui. si perde comunque.
    circa il fatto che una volta finiti i giardini non sono più nostri, anzi non si viene più invitati neanche a visitarli per una sorta di gelosia del proprietario questo è vero!
    quanti di noi sono usciti da un lavoro e poi dopo anni si viene a sapere che è stato riempito di lavande e ciclamini?
    un sorriso!

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  3. Lavande? Allora a casa sua non ce n’era neanche una. Qualcuna c’era all’Orto di Santa Croce, ma era tutto il resto ad essere importante. Paolo può anche essere antipatico, in certi momenti anche perfido, ma sempre un signore è. I suoi giardini? E’ uno che ama profondamente le piante e i suoi giardini sono giardini classici. Che li butti via? Non ho mai visto particolari innovazioni proposte da lui, ma forse questo fa parte della sua onestà. E’ invidiato, come sarebbero invidiati tutti quelli che sono nati sotto la sua stella. Non hai idea con che soddisfazione certi paesaggistini che sono riusciti a mettere le mani nei suoi giardini, dicono:” Ho dovuto rifare tutto! Era tutto sbagliato.” Certo che errori li ha fatti anche lui e spesso se n’è accorto, come la storia che ho raccontato delle rose iceberg, ma se la committenza è così illuminata da chiamare uno per fare un progetto e una volta realizzato e pagato non si fa più vedere, che risultato ci può essere? Pizzetti mi raccontava che quasi sempre doveva spiare i giardini nascosto dietro al cancello. Come Anna Karenina spiava il figlio all’uscita della scuola.
    Le lavande…anche a me non piacciono tanto, invecchiano malissimo. In compenso piacciono tanto ai fotografi dei giardini. A Pejrone piacciono tanto i banani e le felci.

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  4. NICOTIANA!!!!!!!…che meraviglia! un incontro fortuito tanti anni fa. oggi nel mio quartiere ogni tanto ne spunta una dai molti semi che ho volontariamente fatto cadere a terra. profumo garantito!
    grazie Lucilla mi hai fatto diventare un po’ meno antipatico Pejrone e il suo mondo di lavande.

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