I Biennale dello Spazio Pubblico di Roma – sessione plenaria – estratto parte 2

Architetti, Urbanisti e Paesaggisti che non vedranno questo video-estratto faranno un torto a se stessi. Chi tra questi lo vedrà, comprenderà quello che la propria coscienza cerca di dirgli invano da tempo, e per giunta si divertirà.
Oramai capita spesso di ascoltare, in conferenze tenute da brillanti studiosi stranieri, quello che noi italiani, per vano individualismo, non abbiamo mai voglia di dire e che spesso non abbiamo neanche voglia di pensare: l’architettura, come è stata vissuta negli ultimi cinque secoli, è finita già da qualche decennio.
Per sfortuna e contemporaneamente per fortuna, il popolo italiano è formato in gran parte di conservatori. Nessun riferimento politico, per carità. Fortunatamente siamo molto alla moda solo quando siamo noi a farla, e siamo invece duramente impermeabili quando si tratta di accettare le mode altrui. Non che queste mode esotiche non ci raggiungano prima o poi, ma lo scudo che utilizziamo per evitare che queste ci colonizzino è piuttosto efficace. Si potrebbe definire in un “cauto senso scandalistico motivato dalla nostra insicurezza”, in pratica, visto che sappiamo di essere deboli, almeno salviamo la dignità.
Questo “trend”, ma forse è ancora tempo di usare il termine tendenza, produce due effetti che si possono considerare in parte positivi, entrambi ritardati, ma inesorabili. Gli effetti sono evidenti a tutti: il ritardo cronico decennale in tutto, dalla ricerca alle politiche sociali, ma soprattutto nelle mode architettoniche, e una reazione che non sfocia mai in nessun atto di forza o di rivoluzione, ma che dotata di genialità arrangiona, risulta in una ri-conquista del terreno perduto sotto altre forme.
Grazie a questa resistenza passiva è stato quindi ritardato l’arrivo delle archistar nella nostra capitale, giusto il tempo perchè la cavalcata di questi furbetti si spegnesse prima che potessero fare grandi danni. Purtroppo una furbetta è riuscita comunque a fare un danno nei pressi del meraviglioso Auditorium di Renzo Piano. Dell’altro furbetto, italiano, che è quasi riuscito a portare a termine il danno all’Eur, non serve parlarne.
Arriviamo alla conclusione del discorso: è bene iniziare a pensare ora alla reazione, al dopo architettura. Iniziare a constatare di come si vive male in città, di come l’architettura non è sufficiente, anche se di buona qualità, a migliorare le condizioni di vita urbane, e comprendere in che modo intervenire per adeguare la città all’uomo.
E’ di questo che hanno parlato Ali Madanipour e Jordi Borja nel video che segue. Madanipour, che insegna in Gran Bretagna all’Università di Newcastle, ha un approccio filosofico essenziale nei confronti degli spazi pubblici, che sfocia in una visione pratica ed efficace delle dinamiche intra-cittadine, davvero peculiare. Borja, che invece insegna all’Università di Catalogna, ha coinvolto la platea con un discorso temperato di spirito e di molte frecce, come nel migliore dei Pulcinella. Scherzando e ridendo ha detto la verità, quella che non volevamo sentire. L’architettura come scultura, come facciata da osservare, è morta. Torniamo a pensare a noi, allo spazio in cui ci muoviamo, e smettiamola di dare retta al nostro ego.

Francesco Tonini

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...