Un giardino planetario – di Lucilla Zanazzi

foto – Antonio Pettine

A Roma le rose più belle fioriscono a fine Aprile. C’è un giardino pubblico che le ha più belle di tutti e non è il Roseto Comunale sull’Aventino e neppure quello di Colle Oppio disegnato negli anni 30 da De Vico. E’ un giardino sacro e magico, pieno di silenzio, di storia e di storie, di morti e di vita… quanta vita scorre al Verano!
Lunedì di Pasqua, invece di andarmene fuori porta, sono andata a passeggiare tra le tombe del Cimitero Monumentale di Roma. Non ho cari estinti in questo luogo, sono entrata per una camminata, attratta paganamente dai ciuffi di Centranthus ruber che spuntano sulle mura di Via Tiburtina. Ho varcato l’ingresso del Piazzale delle Crociate e mi sono messa a costeggiare il muro sulla destra. Grandi vasi di un’azioacea rossa: ”Vabbè!” ho detto, ma poi, quando sono incominciati i colombai, ho visto tutte queste erbe spontanee che si sono infilate nei vecchi sepolcri murari con una grazia che l’uomo non riesce ad avere. Il centranthus (falsa valeriana) è ovunque, in tutte le sue sfumature tra il rosso cupo e il bianco. Uno bianco è spuntato nell’angolino della sepoltura di un bambino, accanto al vaso di fiori di plastica ormai ingrigita dal tempo. Bocche di leone, piccoli capelvenere, edere, parietarie, sedum caduti da non si sa dove e installati graziosamente nelle fioriere, un cespo di artemisia nata nella fessura di una pietra…così bella! L’Artemisia è l’erba delle donne dice De Brosse nel suo libro “La magia delle piante”, quella che le aiuta a transitare nei cambiamenti difficili della loro vita. Anche qui, evidentemente.
Marciando verso San Lorenzo, la vista si apre ed io mi sono trovata improvvisamente nel trionfo di un giardino. Cipressi, pini secolari (li avrà fatti piantare all’inizio del 1800 l’architetto Valadier?), bossi, palme, pitosfori ridondanti e profumati ovunque. Due Cicas mi hanno dimostrato come sanno essere belle se l’uomo non spoglia il loro tronco delle centinaia di virgulti-figliolini che lo ricoprono come un vestito. Altrettanto mi hanno insegnato le palme, che qui mantengono tutte le loro fronde secche e formano dei globi verdi e avana; solo tre ne ho trovate ammalate e questo significa che il rincoforo ha una certa difficoltà a colpire dove i tronchi non portano le ferite della potatura.
Ma perché l’uomo non impara dalla natura?
Un tripudio di statue di foggia ottocentesca, cappelle gotiche, fregi, fiori veri, fiori di plastica, fiori di marmo, fiori di ferro. Mi colpiscono le tombe composte di blocchi di granito a ricordare le antiche sepolture ebraiche e nel granito sono scolpite piante d’acanto, rosette di verbasco e tralci d’edera, mentre nelle crepe spuntano prepotentemente vivi giovani fichi, agavi, piccole palme e qualche gatto curioso. In certi punti la vegetazione è così fitta che ti sembra di essere ad Angkor…
E sopra a tutto, le rose. Migliaia di rose di tutti i colori, lasciate crescere su lunghi tralci appena scomposti dalla brezza. Molte di loro sono botaniche. Perché? Perché erano i portainnesti di altre rose, quelle che andavano negli anni ‘60 e ‘70, grandi come padelle, vistosamente colorate, spesso senza profumo, con le corolle appese in cima ai lunghi gambi rigidi, facilmente attaccate da malattie fungine. Morte le usurpatrici, così artefatte e fragili, in questo luogo santo le rose schiave non hanno trovato più nessun ostacolo a riprendere in mano la propria vita. Sono le R. Banksiae, sempreverdi con candidi fiorellini, le R. indica major, doppie, rosa sfumato, la Gloire de Rosomanes, vecchia varietà creata nel 1815 dal francese Vibert, a fiori cremisi, semidoppi, odorosi, le R. canina, le R. multiflora, semplici, bianche con stami d’oro e tante altre che non posso nominarvi perché la mia attribuzione potrebbe essere errata. Tra gli ibridi sopravvissuti ho riconosciuto solo Laure Davoust, Chinensis mutabilis, Général Schablikine, Alberic Barbier, Cocktail, Soraya, Monique, Crimson Glory, Banksia lutea e qualche altra. Le altre chi sono? Ritornerò con qualche amico rodologo a caccia di vecchie rose non più coltivate.
La più bella di tutte è senz’altro “Bouquet d’or”, una noisettiana gialla creata in Francia nel 1872 da Ducher. E’ un cespuglio enorme, completamente coperto di queste rose con i petali quasi trasparenti di un giallo sfumato di salmone, e la signora di marmo, bianca come un angelo di Previati, che vive eternamente inginocchiata tra i suoi rami, tuffa il viso sconsolato tra i fiori.
Le piante sanno qual è il posto giusto per loro. Nella tomba accanto alla bianca signora, c’è un gruppo marmoreo: tre donne borghesi di mezza età sobriamente vestite alla moda di fine ’800, circondano con aria protettiva e ammirata un corpulento Lui, con i suoi bei baffi a manubrio, comodamente seduto su una poltroncina con i braccioli. Tra le mani ha un libro. Leggo sotto che le donne sono le sue sorelle e mi è saltata la mosca al naso. Qui niente rose, ne andrebbe il maschio orgoglio, ma, in una fessura della pietra, proprio davanti all’uomo, è spuntata una pianta di Phytolacca americana, impettita, quasi di un turgore fallico, come il tronco della palma morta alle sue spalle. Ma non vorrei infierire…
Più in là c’è Lena, la bellissima bambina di marmo. Ha dei graziosi abiti che le coprono le ginocchia, le scarpe di tenero capretto e i calzettoni ricamati leggermente scesi. Tiene tra le mani i lembi del grembiulino ricolmo di fiori e di aghi di pino. Alle sue spalle lo scultore ha fatto salire tralci di rose che si appoggiano alle sue vesti. Come Dafne? In compenso, qualcuno le ha piantato davanti una rosa vera, bruttissima e tutta ammuffita.
Dovrei continuare con il Pincetto, dove le tombe sono tutte d’alto bordo e fin i gatti che vi circolano hanno il pelo lungo, e con il Cimitero ebraico… lì al muro ci sono lapidi vecchissime. Una sepoltura mi ha commossa particolarmente: una specie di elegante bagnarola di marmo contiene un mare in tempesta e nel mezzo una piccola arca di Noè, semplice come il gioco di un bambino.

Una prece per le piante del Verano:” Che le forbici dei giardinieri siano lievi su di voi…”

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