Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #10 – Gilles Clément e Ian McEwan

Ho una vera avversione per l’asettico, il troppo ordinato, i prati all’inglese, gli alberi potati, gli ulivi piantati nei giardinetti delle villette a schiera e in quelli pubblici di città, le aiuoline curate, i cottages inglesi con i loro giardinetti finto-naturale, i bordi misti pretenziosi, l’arredamento stile country, ma anche e soprattutto i giardini di cemento (mi aspetto sempre che si formino delle crepe da cui escano brandelli del cadavere della mamma, come nel romanzo di Ian McEwan). Amo le erbacce e l’erbacee sui muri, i prati fioriti, i boschi, soprattutto quelli non puliti dall’uomo, le scarpate fiorite del raccordo anulare un attimo prima dell’arrivo degli operai dell’ANAS a “pulire” tutto, i giardini di vasi lungo i viottoli dei paesini, le panchine di legno con lo schienale, i malvoni che crescono sui bordi delle strade, gli orridi e le radure, ma anche le siepi di alloro, di carpino, di mortella, di leccio ben potate da chi lo sa veramente fare e i labirinti mi mandano in sollucchero. Quindi, dopo essere stata pizzettara, sono diventata clementiana. Pizzetti e Clément sono vicini, hanno visto le stesse cose.

Questo discorso per invitarvi alla lettura di tre libri di Gilles Clément.

Clément lo conoscete tutti, ormai è una star, un super guru del giardinaggio e tutta questa notorietà non sempre giova alla comprensione delle sue teorie, che poi sono molto semplici. L’eccesso di fama può provocare avversione e, ancor peggio, banalizzare.

Lui è paesaggista, ingegnere agronomo, botanico, entomologo, filosofo, scrittore, insegnante presso l’Ecole nazionale supérieure du paysage di Versailles. Ha pubblicato saggi e romanzi e con le sue teorie e le sue realizzazioni ha influenzato un’intera generazione di paesaggisti europei.

 Di “Elogio alle erbe vagabonde” ne abbiamo già parlato all’inizio di questa rubrica ed era servito ad introdurre le sue idee ed è il modo più facile per avvicinarsi alla sua teoria.

G. CLEMENT  Manifesto del terzo paesaggio  2005  Macerata Quodlibet Manifesto del Terzo paesaggio (Quodlibet)

E’ un librino che non arriva a 100 pagine, ma molto affascinante. Che cos’è il terzo paesaggio? E’ un luogo impreciso che si colloca tra campagna e città, tra natura e cultura: i margini dei campi, il bordo delle strade, un’area industriale dismessa, gli appezzamenti residui tra le case di periferia. Sono spazi diversi per forma e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana, ma fondamentali per la loro diversità biologica. Clément  considera  la crescita degli spazi di Terzo Paesaggio derivanti dall’organizzazione del territorio come un necessario contrappunto di quest’ultima.

Trovo bellissimo e politicamente controcorrente l’inizio del Manifesto:

 Ognuna di queste frasi può essere volta in forma interrogativa.

-Istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare.
-Elevare l’indecisione fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio con il potere.
-Immaginare il progetto come uno spazio che comprende riserve, domande da porre.
-Considerare la non organizzazione come un principio vitale al quale ogni organizzazione si lascia attraversare dai lampi della vita.
-Avvicinarsi alla diversità con stupore.

Ognuna di queste frasi può essere volta in forma interrogativa

G. CLEMENT Il giardino in movimento  2011 Macerata Quodlibet Il giardino in movimento. Da La Vallée al giardino planetario (Quaderni Quodlibet)

La prima pubblicazione di questo libro in Francia risale al 1991 e la sua quinta e più recente edizione, su cui si basa questa traduzione, è del 2007. Qui Clément racconta (quasi di un racconto si tratta) come ha applicato la sua visione filosofica ai giardini che ha progettato. Il termine progetto è allo stesso tempo proprio e improprio: è proprio perché prima di applicarsi sul terreno ha fatto dei veri e propri disegni da presentare alla committenza, è improprio perché in un qualche modo, dopo aver diviso gli spazi, ha lasciato alla natura la possibilità di esprimersi, intervenendo solo dove è necessario per renderli accessibili.

“Cogliere in un sol viaggio l’equilibrio di un paesaggio. Accedere al giardino attraverso una porta multipla aperta a coloro che accettino di frazionare lo sguardo.

Disperdere le verità come briciole di pane sul piano di lavoro.

Non tenerne nessuna separata, ascoltarle tutte. Improvvisamente assemblarle in una ipotesi. Resistere alla tentazione di durare.

Lasciar venire l’invenzione. Un’altra ancora, ognuna allontana la precedente.

Accompagnare l’evoluzione.”

Un altro periodo che mi ha colpita molto:

“Amo l’incolto, perché non vi si trova nulla che abbia a che vedere con la morte. La passeggiata nell’incolto è aperta a tutti gli interrogativi perché tutto quello che vi succede è destinato a eludere le speculazioni più avventurose. Il fatto che l’IFLA (Fondazione internazionale dell’architettura del paesaggio) classifichi le aree industriali abbandonate come dei paesaggi in pericolo è un segnale davvero rivelatore. Si interpreta la riconquista di un terreno, da parte della natura, come una degradazione, quando invece è esattamente il contrario. E’ un residuo di idee stereotipate, come quella che l’uomo non deve mai cedere il terreno che ha conquistato. Tutto quello che l’uomo abbandona al tempo, offre al paesaggio la chance di essere contemporaneamente segnato dalla sua presenza e liberato.”

“Il giardino in movimento interpreta e sviluppa le energie presenti sul luogo e tenta di lavorare il più possibile insieme e il meno possibile contro, alla natura.”

G. CLEMENT  Nove giardini planetari a cura di A. Rocca 2007  Milano  22 Publishing srl

In questo libro G. Clément , oltre ad accennare delle linee guida per il giardino planetario e tenere una lunga conversazione con Alessandro Rocca, molto utile per capire fino in fondo la sua filosofia (lui è un vero filosofo ispirato dalle idee e dalle tesi di Deleuze e Guattari), illustra molto chiaramente, aiutandosi con disegni e fotografie, nove giardini tra quelli che ha progettato e realizzato.

Castello di Blois

Quai Branly. Parigi

Parco Henry Matisse. Lilla

Abbazia di Valloires, Somme

Drac, Isola di Réunion

Parco André Citroen, Parigi

La Vallée, Le Champ, Creuse

Domaine du Rayol, Var

Giardini della Grande Arche, Parigi

Da notare che quasi tutti i giardini che ha progettato e realizzato, a parte il suo, a Creuse, sono ubicati nel mezzo di grandi città e sono come un’irruzione del vegetale tra le case. Tutti in grande libertà, ma tranquillamente supportati da elementi classici del giardino tradizionale, come l’arte topiaria, per esempio.

Ian McEwan  Il giardino di cemento  2006 Torino Einaudi Editore Il giardino di cemento (Einaudi tascabili. Scrittori)

E’ il piccolo libro con cui il grande scrittore inglese si fece conoscere ai lettori italiani. Il giardino di cemento è quello del padre dei tre fratellini protagonisti del libro. Da leggere. Anche in “Espiazione”, dello stesso autore, il teatro dell’azione è un giardino, ma questa volta è il giardino rinascimentale toscano.

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7 pensieri riguardo “Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #10 – Gilles Clément e Ian McEwan

  1. Da neofita del francese ho deciso qualche tempo fa che il primo passo verso il lento ma inesorabile avvicinamento a Proust (mi sono data tutta la vita per raggiungerlo, spero di farcela) sarebbe stato Le Corbusier e quindi Gilles Clement… perchè la sua prosa è così poetica e coinvolgente, eppure attenta e precisa che posso solo immaginare quanto sia bello il suo modo di esprimersi nella propria lingua madre. In Clement ho scoperto tante cose, ma da architetto ho soprattutto trovato uno dei mille aspetti che invidio ai paesaggisti, e cioè una percezione profonda del senso del tempo, dell’equilibrio, della trasformazione; non a caso Clement considera, insieme con Gregory Bateson, Lamarck il più grande biologo della storia.

    Per parlare degli insegnamenti del corso di architettura e di paesaggio a Roma… non ho mai capito come ad architettura fosse possibile non insegnare neppure un po’ di psicologia della percezione….

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  2. sempre sul versante spontaneo….. ci sarebbe il vecchio “Atlante della flora di Roma. La distribuzione delle piante spontanee come indicatore ambientale” della Laura Celesti Grapow, Argos edizioni, Roma, 1995

    comunque sono d’accordo con te Lucilla…..Althaea forever!

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  3. Ho preso il treno…la mattina all’alba, per incontrarlo e scambiare con lui, Gilles Clément, qualche battuta furtiva, nel mezzo di una folla assetata del suo sapere, della sua esperienza.
    Mi è sembrato un uomo semplice, appagato e disponibile verso il prossimo e pronto a mettersi in discussione, anche di fronte alle molteplici provocazioni di un pubblico non sempre attento alla sua poetica e al suo mondo.
    Personalmente, nella facoltà di architettura di Roma, ho sentito fortemente l’esigenza… ho cercato attentamente…e qualcuno che insieme al nozionismo mi trasferisse anche un pò della sua filosofia l’ho trovato… a volte basta saper cercare…

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  4. cara lucilla……
    il perchè non si insegna filosofia bisognerebbe chiederlo non ai paesaggisti ma ai professori di composizione architettonica, urbanistica e tecnologia che insegnano a paesaggio……..no comment…..
    se per questo non si insegna neanche fotografia e tante belle materie che nel resto del mondo civile si trovano nei corsi di paesaggio. credo che su cosa faccia il paesaggista e quale dovrebbe essere la sua formazione non sia ancora ben chiaro qui da noi per cui rasseganti….Deleuze e Guattari forse, e dico forse, li sfogliano qualche dottorando di architettura.
    c’est la vie!
    un salutone
    monica

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  5. Monica, scusa ancora, ma perchè nella facoltà di architettura del paesaggio e dei giardini di Roma non c’è neppure un corso di filosofia che è proprio la base del giardino e del concetto di paesaggio? Se è per quello, non c’è neppure storia dell’arte.

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  6. Cara Monica, che bello leggerti! Anche il mio approcio con Clément è stato in francese. Tra l’altro un librone fantastico con tutti i suoi progetti dettagliati che ho prestato e non è mai tornato da mamma. Ero curiosa di leggere anche i suoi romanzi. Conosco Giungla d’asfalto, è interessante, ma la flora spontanea di Roma è estremamente più ricca e più interessante di quella di Torino. Sarebbe fantastico cercare e magari rieditare il libro che Giacomo Boni, architetto di Villa Blanc e soprattutto grande archeologo, scrisse nel 1912 “Flora del Palatino”. Non hai idea di cosa c’era tra quei ruderi! Ora è rimasto molto poco, hanno diserbato molto. Se vai in questo periodo al Verano, sui muri trovi un’incredibile varietà di Centranthus ruber, con dei colori che vanno dal bianco a un rosso quasi nero. Poi bocche di leone, capperi, delle artemisie pazzesche e una incredibile quantità di felci. Almeno l’anno scorso. Può darsi che quest’anno l’AMA abbia provveduto a togliere tutte quelle erbacce così disordinate. Sic! Ciao

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  7. cara Lucilla,
    Clément…….. mannaggia……..gioie e dolori!
    solo negli ultimi tre anni sono stati tradotti i suoi scritti più importanti, ma la sua bibliografia è molto corposa (credo che dal 1991 anno del primo “giardino in movimento” ogni anno sia uscito con una pubblicazione, a volte tre, comprese riedizioni, saggi, raccolte di progetti e anche romanzi.)
    suggerisco di non aspettare le traduzioni e di avventurarsi nel francese e provare così a leggere uno degli ultimi dialoghi a due voci:
    “Dans la vallée, biodiversité, art et paysage” scritto con il filosofo Gilles A. Tiberghien (anche lui insegna all’école du paysage di Versailles)…….
    per i pigri consiglio invece “Giungla sull’asfalto. La flora spontanea delle nostre città” di Daniele Fazio.
    un caro saluto
    monica s.

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