Leggere Giardini, la recensione di Lucilla #5 – Vitaliano Trevisan e Beppe Sebaste


Questa volta vi suggerisco la lettura di due piccoli libri, tutti due della collana “Contromano” della casa editrice Laterza, legata ad una ben precisa area spaziotemporale, il cui scopo è di descrivere i cambiamenti della contemporaneità, coinvolgendo giovani scrittori in racconti spesso autobiografici.

 VITALIANO TREVISAN Tristissimi giardini 2010 Bari Editori Laterza Euro10

“Guai a voi che aggiungete case a case e poderi a poderi fino a che c’è spazio!Vi starete voi soltanto sulla terra?” Isaia 5,8 – Applicazione particolareggiata del paragone della vigna.

Con questi versetti Vitaliano Trevisan apre il racconto della trasformazione che ha subito la sua terra. Dopo un lungo periodo passato ad abitare a Roma, dove è diventato drammaturgo, attore e scrittore di successo, alla morte della madre, l’autore torna a vivere a Vicenza nella casa paterna, in quella strada che, quando lui l’ha lasciata, era ancora la strada di un quartiere operaio di estrema periferia, composto di piccole abitazioni, tutte con un minuscolo orto giardino davanti e la campagna dietro…. Racconta la trasformazione della campagna veneta in una “periferia diffusa”, una periferia che si è mangiata tutto e il cui concetto ha una valenza opposta a quello della “città diffusa”. Molto bella è la descrizione delle vecchie fabbriche abbandonate, dove la vita sembra essersi sospesa nell’istante stesso in cui il loro cuore, quegli orologi che scandivano tutti i secondi del lavoro, si è fermato.
Sicuramente da leggere per capire bene che cosa significa la trasformazione del paesaggio, ma anche quello dei magnifici centri delle città storiche, in cui la vita appare vuota, futile, gratuita rispetto alla cornice e al periodo in cui sono state costruite.


BEPPE SEBASTE Panchine – Come uscire dal mondo senza uscirne 2008 Bari Editori Laterza Euro10

Dedico questo bellissimo e coltissimo libro a tutti voi, giovani architetti del paesaggio, che prima o poi vi troverete a dover progettare e sistemare una panchina in uno spazio pubblico. Ve lo dedico perché, attraverso la sua lettura, vi ricordiate l’adolescenza passata a bivaccare su di esse, ad amoreggiare, a fare cose proibite, allo studio dell’ultimo momento e le ore passate marinando la scuola. Perché capiate la sua funzione davanti a un monumento o davanti a un panorama e la sensazione di frescura e di riposo che si prova seduti sotto un magnifico albero di un giardino pubblico di una città sconosciuta in un pomeriggio d’estate. Procedendo nella lettura vi risulterà chiaro come deve essere costruita, di che materiale deve essere, quale sarà la sua posizione ideale. Dovrà essere comoda in modo da poter sedere allargando le braccia sullo schienale se si è soli o da dividere in tre o quattro per chiacchierare.

Di panchina in panchina, Beppe Sebaste compie un viaggio attraverso l’Italia, partendo da Treviso e da Padova, città nelle quali queste sedute sono state addirittura segate per non consentire la sosta agli emarginati, e passando per Firenze, Roma, Napoli, Ravello, Palermo, il Salento, fino a raggiungere Linosa. Ma descrive con dovizia di particolari anche quelle di Ginevra, di Parigi, di New York.

Racconta delle panchine su cui hanno stazionato grandi personaggi della nostra cultura come Robert Walzer, Rilke, Beckett, Woody Allen, Calvino… e anche la mia preferita al Cimitero degli Inglesi a Roma, quella davanti alle tombe di Shelley e di Keats, dove, tantissimi anni fa, un mio fidanzato ha voluto che ci sedessimo per avere l’approvazione dei poeti. Ci siamo sposati, porca miseria. Altro che lucchetti!

“Lasciare libera la mente di vagare, divagare. Passeggiare da fermi.”

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