Roma ignora la Via Francigena: il silenzioso arrivo del grande cammino nell’urbe indifferente.


Dopo aver valicato le Alpi, camminato 900 chilometri o anche più attraversando i paesaggi d’Italia e d’Europa, quando l’euforia per la meta quasi raggiunta si alterna già alla nostalgia verso la condizione straordinaria di homo viator che si va dismettendo (a meno che non si voglia continuare verso Gerusalemme) una velata frustrazione si fa strada sotto gli ultimi passi dei pellegrini.

Roma ignora la Via Francigena. I Romani ignorano i Romei che ogni giorno si perdono nell’abbraccio del Bernini diluiti e mescolati alle moltitudini di turisti e pellegrini “passivi” pervenuti a San Pietro in aereo, bus, nave, treno da ogni parte del mondo.

Quando si giunge alla Santa Iglesia Catedral l’ospitalità è diversa. Malgrado l’estremizzata commercializzazione del fenomeno del pellegrinaggio rivenduto ovunque ai turisti in forma di conche e foto a pagamento con pellegrini-figuranti, a Santiago ci si sente ancora onorati di una speciale considerazione. Roma travolge, annacqua, fagocita i trascorsi di chi arriva a piedi normalizzandolo.

Certamente uno dei motivi di delusione e di stizza che l’arrivo provoca è insito nell’ostilità che le strade di Roma dichiarano a chi le cammina. Per percorrere i 15 kilometri che vanno dalla chiesa Parrochiale della Storta a Piazza San Pietro l’itinerario scelto dall’Associazione Euroea delle Vie Francigene è quello che lascia la Cassia per imboccare la Via Trionfale dal cui traffico rifugge, poco dopo, deviando su strade secondarie (via Barellai, via Di Mattei, via Chiarugi, via Basaglia) per poi tornarvi e scendere al Parco di Monte Mario e, da qui, entrare in Prati.

Pessima è l’accoglienza riservata ai pellegrini, come a tutti i pedoni, dalla via Trionfale, totalmente priva di marciapiede e satura di traffico dalla Storta a Ipogeo degli Ottavi. Quì si cammina nella striscia sottile tra guarde rail ed il bianco limite valicabile della carreggiata, scansando cassonetti e piccoli cumuli di spazzatura.L’Associazione Europea delle Vie Francigene si limita ad esortare alla prudenza scrivendo nei suoi roadbooks di prendere il treno metropolitano, spezzando il rituale del camminare, esortazione che i più non seguono.

La creazione di una rete capillare ed anastomizzata di percorsi pedonali e ciclabili è urgenza di ogni caso urbano tanto più in una Roma che è storicamente ultima e diabolicamente perseverante nell’occupare le ultime posizioni delle classifiche nazionali di qualità dell’aria. Se si considera poi che ci si trova nel caso eccellente e peculiare di circa dieci chilometri di una strada urbana che ha la responsabilità filologica di coincidere con l’antico cammino sul quale si è costruita l’identità europea e la responsabilità civile di ospitare i nuovi, continui e moltiplicati passi di pellegrini provenienti da ogni dove appare ovvia l’inammissibilità di una mancata sicurezza.

La mancanza di sicurezza è una condizione frequente lungo la Via che si intensifica, divenendo la regola dopo Formello. Per il tratto da Monterosi a Settevene è stato inaugurato di recente una corsia pedonale dedicata ai pellegrini, che è la norma lungo il Cammino di Santiago nei tratti di inevitabilità delle grandi arterie di traffico. Che le amministrazioni di Roma non siano incapaci di fare quello in cui sono riuscite due piccole località o che siano insensibili al tema non vogliamo crederlo, forse sono semplicemente poco informate?

Il contrasto tra toponomastica e topologia prosegue, dopo le disfatte della via Trionfale, anche sul Mons Gaudii. La prima vista di San Pietro si rivela, infatti, ai pellegrini da un giardino pubblico sospeso su Monte Mario. Unica indicazione che allude a questo uno stancil sul marciapiede (qua è presente) che riporta, appunto, il nome “Mons Gaudii”. Dentro un giardino di eucalipti, senza infamia né gloria. Nessuna panchina sulla quale riprender le forze e indugiare nel piacere che dà l’arrivare alla meta, nessun intervento progettuale anche minimo che enfatizzi il luogo come luogo della gioia per i Pellegrini che finalmente vedono Roma, nessun intervento che esalti le potenzialità del luogo quale belvedere per i romani tantomeno nessuno che ne intuisca le possibilità di spazio di relazioni sociali fuori dal comune. Qua, la vista sulla città è schermata per grossi tratti dalle robinie. In corrispondenza di uno dei pochi metri sgombri il parapetto della la terrazza sospesa sulla pendice viene a mancare. A tal proposito riporto il commento ironico che una pellegrina avignonese rivose al marito, emozionato ed entusiasta mentre, proprio in quel punto pericoloso, si sporgeva per indicare il Cupolone: “ mon amour, ora che siamo qua sforzati di camminare per arrivare da San Pietro”. Alludeva ovviamente al non arrivarci con il solo spirito!

La via Romea arriva a Roma nella totale indifferenza, la Capitale, perde l’occasione di valorizzare l’eccezionale porta di terra Francigena e fa la figura della sciattona davanti agli occhi d’Europa.

Serena Savelli

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Un pensiero riguardo “Roma ignora la Via Francigena: il silenzioso arrivo del grande cammino nell’urbe indifferente.

  1. A Serè, che voi che ie frega ar comune de Roma de quattro straccioni che non ci hanno neanche i sordi per annare in treno. Er comune ci à da pensà a fare la pista dell’EUR per le machine da corsa. Quelle si che fanno sordi!

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