L’installazione di Atelier Le Balto al Parco dei Daini di Villa Borghese: Terre et eau sur terre. Substrato fertile per un giardino collettivo immaginario.


Potete vedere l’intervista a Atelier Le Balto

Alla domanda: “cosa suggerite ad un giovane paesaggista?” Véronique risponde di usare le piante, conoscerle intimamente, declinarle al meglio come materiale della composizione e di prestare molta attenzione al contesto fisico e sociale nel quale ci si trova ad operare.

Guardando a prima vista i 4 grandi carré di terre et eau sur terre, l’installazione che troneggia nella grande esplanade del parco dei Daini, sembra che ci si trovi di fronte all’eccezione che conferma la regola della filosofia progettuale dei Le Balto.

Il contesto sociale, qua alla Conserva della Neve, si compone di una moltitudine di appassionati di piante, di giardini e giardinaggio ma anche di molti paesaggisti, giardinieri e botanici esperti. La mostra florovivaistica annovera tra i suo espositori i vivai più specializzati d’Italia che vantano rarità provenienti da ogni bioclima del pianeta. Quindi viene da chiedersi il perchè di queste quattro grandi aiuole rettangolari riempite solo di sabbia, argilla, pozzolana e compost, sulle quali svolazzano una moltitudine di cartellini botanici dallo stelo esilissimo e flettente, come farfalle senza fiori.

Girando intorno all’installazione vediamo due signore che, col pennarello in mano, discutono sul ritmo sincopato delle fioriture: poco, molto e meno esplosive, dell’immaginario accostamento che stanno realizzando e capiamo quello che i Le Balto forse già avevano considerato. Capiamo che di piante ce ne sono molte e bellissime da vedere presso gli stands, e che qua non ce n’è alcun bisogno, capiamo che questo pubblico botanicamente erudito si compiace e si diverte nel piantare il cartellino di una specie, che riporta rigorosamente in corsivo genere e autore, nel terreno in cui la sua autoecologia trova l’optimum.

Quando poi sentiamo una vecchia coppia discutere sulla distanza minima di sicurezza alla quale porre una brunnera, dalle radici terribilmente allelopatiche dell’avatar di un grande noce che qualcuno, ingenuamente o perfidamente, ha piantato in un angolo; intuiamo forse anche una saggia velatura politically correct nella scelta di non sacrificare tante piante per tre giorni di installazione.

Le Balto spiegano, consapevoli del notevole afflusso di studenti di paesaggistica e architettura dei giardini, che i loro cartellini bianchi vogliono essere un invito all’interazione, che vogliono essere uno stimolo a girare tra i banchi degli espositori, chiedergli consiglio, “rubarne” la preziosa esperienza. Riguardo la rispondenza al suo contesto sociale, possiamo pertanto dire che “terre et eau sur terre” ha colto in pieno nel segno, catalizzando la creazione di un giardino collettivo immaginario fatto dei consigli dei vivaisti, della saggezza dei giardinieri di lungo corso, della volontà di apprendere dei giovani paesaggisti che in gran numero sono accorsi per aiutare nella realizzazione dell’opera Véronique e Marc.

In “terre” le proiezioni evocative delle piante e l’atto artistico collettivo che sta dietro alla loro “messa a dimora” sono ovviamente gli elementi portanti del concept, ma anche la spoglia realizzazione pratica dell’installazione è piena di altre suggestioni compositive minimali e ricercate.

La terra, messa letteralmente a nudo della sua funzione di substrato trofico delle piante, assurge qua ad elemento compositivo, un materiale architettonico con colori, duttilità, profumi, idici di rifrazione e tessiture diverse. L’argilla è stata declinata in 4 pattern tramite la separazione per vagliatura delle zolle, la sabbia è stata “pettinata” in strisce simili a quelle disegnate dal vento, il compost nero e profumato riempie i riquadri con altezza variabile ed allude ai cumuli nelle compostiere, la pozzolana rossa pare bruciare ancora della vehementia vaporis dei fuochi vulcanici.

La forma è quella archetipa del giardino: quattro grandi aiuole in legno che descrivono il cardo ed il decumano e replicano frattalmente il disegno complessivo nella croce di Sant’Andrea interna ad ognuna di esse.

Alle ombre variabili che le alte sponde delle aiuole proiettano sui diversi terreni e a terra, fanno eco le ombre di pioggia dei picchetti dell’installazione gemella, “eau sur terre” fatta da altri 4 carré appena accennati nei vertici del perimetro con 16 paletti. Al centro la fons vitae: un grande irrigatore mobile.

L’installazione di Le Balto è una dimostrazione di come le idee possano superare e ribaltare ogni limite di budget, di come l’opera possa assorbire osmoticamente energie, bellezza e valore dal contesto ma soprattutto è un monito all’utilizzo critico dei materiali hight-tech che sempre più imperversano nei festival di giardini ed un’esortazione a ricordare che: terra, acqua, piante e la conoscenza delle complesse relazioni che li legano sono elementi necessari e assolutamente sufficienti alla creazione del giardino.

Serena Savelli

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5 pensieri riguardo “L’installazione di Atelier Le Balto al Parco dei Daini di Villa Borghese: Terre et eau sur terre. Substrato fertile per un giardino collettivo immaginario.

  1. Ciao Lucilla, sono Francesco, gestore del blog. Dopo il tuo intervento accalorato è seguita la replica pronta di Franco. Siamo molto felici dei tuoi interventi e siamo contenti di poter aprire dibattiti su questioni del paesaggio romano grazie ai nostri articoli. Mi permetto di aggiungere che anche in presenza di opinioni divergenti rispettiamo le idee di tutti, basta che si parli di Paesaggio senza offese di sorta. Io concordo con Franco su taluni punti e capisco perfettamente il tuo sfogo su alcune scelte progettuali, perchè il nostro primo approccio verso le opere di cui scriviamo è e deve necessariamente essere critico e distaccato. Come paesaggisti siamo spesso non contenti di talune realizzazioni di spazi pubblici romani degli ultimi decenni, ma siamo anche convinti che la critica di tali opere debba essere sempre contestualizzata al luogo ed alle opportunità economiche e gestionali che hanno originato il progetto. Grazie mille del tuo intervento e spero di poter assistere ad un nuovo scambio, magari meno impulsivo, di opinioni sul nostro blog. Ciao a presto

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  2. Gentile Franco, credo che tu non abbia capito il senso della mia letterina. Quando io parlavo di Londra per quello che ho chiamato pratino di plastica ecologico, non intendevo certamente che fosse una imitazione del grandeur inglese, intendevo che a Roma, nonostante l’innaffiatura con l’acqua piovana (a Roma non piove come a Londra e soprattutto non c’è quell’umidità costante e il sole d’estate picchia molto di più) viene uno schifo e addirittura cercano di scoraggiarlo nei giardinetti privati, poi non tollera un calpestio continuo. Meglio sarebbe favorire un prato naturale, magari cercando i semi delle varie essenze da fiore che da qualche parte si possono trovare. Pensa che bello potrebbe essere un prato di papaveri rossi, cicoria blu, margheritoni bianchi e gialli, piselli odorosi color viola etc., magari ginestre, malvoni, gruppi di sambuco, qualche graminacea importante, etc. Tutte queste erbe necessiterebbero di una falciata estiva (forse) e di una passata ogni tanto per creare dei sentiri d’accesso alle varie parti.
    La raccolta dell’acqua piovana è meravigliosa e potrebbe servire per smorzare la calura estiva. In effetti però questo prato non avrebbe un’aria igenica. Certo che i pini resistono, basta non farli toccare troppo dai potatori folli der Comune de Roma, che spesso con le loro potature sbilanciano gli alberi, che già di loro non sono abbastanza stabili essendo stati piantati già grandi dal vaso con le loro radici gia belle che girate. Certo che sono contenta per l’emeroteca, la biblioteca, la scuola di teatro… figurati che io ci vedrei anche una pista da ballo con baretto con tanto di pergola di vite. Come un Renoir. Certo che i pensionati accudiscono le loro panchine, ma sotto un sole a picco ed in mezzo al polverone estivo… a meno che i praticelli vengano innaffiati con la frequenza di un campo da golf, ma in questo caso l’acqua piovana de Roma non basterebbe proprio! Ripeto (scusa la mia supponenza) che i rotoloni di prato da noi sono mooolto sconsigliati soprattuto dagli ecologisti.
    Quello che io volevo dire era che i palazzoni già hanno un effetto estraniante e che per mitigare questo effetto ci vorrebbe un paesaggio circostante molto più morbido e naturale e per ottenerlo non è detto che occorrano tanti soldi, pensa al paesaggio che ha creato la D… come cavolo si chiama quella paesaggista francese che ha creato un parco sulla Loira con piste ciclabili, riproponendo il tema degli orti spontanei?
    A me non piace il concetto del fare qualcosa perchè comunque il nuovo sarà certamente meno peggio di quello che esisteva precedentemente. Credo che creare un parco, o meglio un paesaggio, voglia dire ridare la vita a ciò che c’era, morto assassinato dalla speculazione e via dicendo. Allacciare un legame che si era perso. Un bellissimo bagno pubblico, con tutto il suo ordine e la sua igenicità non è certo natura ed è estraniante come lo sono i brutti palazzoni del Laurentino. Meno linee e più calore. Io credo che quella gente si meriti molto di più. Dovrei dire altre cose, ma mi sembra di averti tediato abbastanza. Grazie di avermi risposto. L.

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  3. Cari ragazzi, questa mattina guardando nel vostro blog il giardino di piazza E.Morante mi è venuto un attacco di bile violento, tanto che volevo scrivere un sacco di insulti al riguardo. Oggi pomeriggio, ripensandoci, mi sono sentita meno cattiva e gli insulti non li scriverò, ma la visione che ho avuta vedendo le foto, anche olfattiva, è rimasta stampata nella mia mente, nel senso che mi sono immaginata come sarà quel posto tra qualche mese: pratino completamente secco e puzza di piscio. Capperi! Ma questi architetti pensano di essere a Londra? Il tutto, con le costruzioni a supporto dei cubetti di fotovoltaico, il praticello di plastica ecologica anti stupro, le panchinette messe sotto le collinette spezzate, lo sfondo dei bei palazzoni di cemento, mi ha dato l’idea di qualche cosa di molto igenico… un bagno pubblico pulito. Ma nessuno sa che cos’è il “genius loci” di un luogo? Se penso che I. Pizzetti l’ha scoperto da piccolo in un giardino pubblico nel centro di Milano… Perchè i parchi non devono essere dei veri giardini? Non intendo certamente le belle aiuoline di savia slpendens o altre amenità, ma almeno guardare all’ex modaiolo G.Clement con i suoi prati naturali fioriti, i suoi boschetti, i suoi tentativi, a volte riusciti, di metterci un pochettino di poesia. Pini a parte, quel luogo lì potrebbe essere in qualsiasi parte del mondo o in nessun luogo (sarebbe meglio). E’ la bellezza a guarire gli animi… l’estetica va a braccetto con l’etica. E non ditemi solamente che prima c’era una colata di cemento che conteneva un inutile parcheggio! Voi dovete fare di più, molto di più. Se lo farete e non vi ridurrete ad essere degli arredatori di spazi urbani da Ikea, la vostra professione potrà avere un altissimo valore etico. Scusatemi per lo sproloquio. Con affetto Lucilla Z.

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    1. Cara Lucilla, sì è vero per ora il luogo è pulito, sì ci sono le panchine, e sì lo ammetto c’è un praticello, di modesta estensione, irrigato dall’acqua piovana recuperata, ma c’è. Cavolo come fossimo a Londra!! C’è persino un laboratorio teatrale come chiede da anni il gruppo che fa teatro nel quartiere; ma che cazzo si credono che siamo a Times Square!! Ed una emeroteca; hanno confuso una schifezza di quartiere allo sprofondo, per la periferia di Parigi!! Mi verrebbe da dire, non ti preoccupare, come tu prevedi, dagli qualche mese e vandali, gatti che pisciano, pensionati che si fregano le panchine e sciatteria romanesca faranno del luogo un autentico pezzo di periferia romana; il genius loci non avrà nulla di che risentirsi, vedrai. Lo sfondo di palazzoni invece mi dà qualche pensiero. C’è; come ce ne liberiamo? dinamite? o photoshop? Ho il cuore tenero ti lascio la scelta.
      Invece fammi fare un sogno.
      Che il centro culturale con le sue attrezzature diverse funzionerà e avrà gente che li frequenta, e che questa gente (insieme alla recinzione che chiude il tutto) vigilerà perché i pensionati lascino tutto dov’è; che la questione del recupero dell’acqua piovana usata per l’irrigazione diventi un modello per i giardini romani; che l’uso del fotovoltaico dia suggerimenti a quei palazzoni così alti; e che quei cubetti bianchi portino quel che devono, le informazioni sui programmi sociali che si svolgono nel centro culturale. E che i pini continuino a vivere e magari a fare ombra a quelli che passeggiano invece che alle macchine in sosta.
      Ho una immagine troppo pulita della Roma futura? Sembrerà un bagno pubblico? Magari!! Amo le città con bagni pubblici e poiché a Roma non se ne trova più uno utilizzabile, nemmeno dentro l’aeroporto di Fiumicino, mi recherò con piacere al Laurentino 38. Magari solo a fare pipì; ma nel bagno. Baci, Franco

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