Declinazioni paesaggistiche di un progetto di cooperazione: un nuovo giardino condiviso alla Città dell’Utopia

In cinque minuti di cammino dalla stazione metro San Paolo, forse dilatati in sei sette a causa del piacere rituale che provo nel chiedere indicazioni, arrivo alla città dell’Utopia, ben nota al quartiere visto che tutti gli interpellati rispondono prontamente.

Ci sono dei panni stesi al sole, l’ultimo canto delle cicale, la lettiera profumata dei pini e due ragazze che studiano con la porta aperta, davanti ai loro pc. D’intorno i palazzi e il rumore della strada. Le ragazze mi annunciano a Michela, coordinatrice del progetto di cooperazione sociale per conto dello SCI (servizio civile italiano), che mi raggiunge insieme al botanico ed alla paesaggista che si occupano del giardino condiviso.

La Città dell’utopia è in realtà un antico casale, sopravvissuto all’urbanizzazione del XI municipio, chiedo allora a Michela, il perché del nome e lei cita un verso di Eduardo Galeano: “Lei è all’orizzonte, mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi (…) A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”

…e di strada La Città ne ha fatta da quando, nel 2004, il Casale storico è stato assegnato, con sensibilità e lungimiranza, dal XI municipio al progetto di cooperazione, progetto proposto dallo SCI e selezionato tra un ventaglio di destinazioni d’uso alternative tra cui la ben più remunerativa prospettiva di affitto ad una clinica privata. La vita della Città, prima, e quella del suo giardino, poi, inizia come quella di molti giardini condivisi, con una discarica coperta di rovi e sterpaglie, ripulita grazie all’organizzazione di campi di lavoro che hanno attirato a San Paolo volontari da ogni parte del mondo, che tutt’ora si tengono regolarmente ogni primo sabato del mese e che continuano a costituire, per ora, la principale forza-lavoro profusa nel progetto.

Michela aggiunge che il nome “Città” allude alla volontà di promuovere la costituzione di una cittadinanza attiva nel quartiere e di mettere in relazione il Casale e le sue attività con il tessuto sociale insediato in quello urbano circostante.

Fisicamente La Città poggia su un piccolo rilievo e si relaziona al quartiere a mezzo di una scalinata aperta tra le quinte di due alti palazzi. Una prospettiva ripida ed enfatizzata dagli alti pini antistanti il Casale, rivela l’edificio in tutta la sua dissonante anomalia. Il Casale funge, in questo senso, come riferimento urbano di grande portanza orientativa, una singolarità rispetto al contesto, accentuata dalla posizione spazialmente preminente e dall’arretramento in contrasto con le grandi masse che occupano il fronte stradale .

Da questo nitore che il casale Garibaldi ha nell’immagine urbana dei residenti di San Paolo, dalla sua valenza di monumento del passato agricolo nel palinsesto di stratificazioni della città, dal sovraccarico semantico che i cittadini conferiscono alla sua sede, forse la Città deriva gran parte del suo successo.

La scalinata che conduce al casale funge da linker funzionale delle relazioni tra gli abitanti e La Città, una sorta di porta dimensionale tra il reale e l’utopia, tra il paesaggio urbano circostante e le memorie dell’agro al quale l’edificio rurale era asservito. Ogni mattina del terzo sabato del mese la “porta” espleta il massimo della sua funzione di soglia e la scalinata diventa teatro dell’incontro tra dimensione urbana e rurale con il “mercato contadino”.

Al mercato si incontrano l’offerta di prodotti biologici a chilometro zero degli agricoltori con la concordata domanda da parte del G.A.S. (gruppo di acquisto solidale) costituito all’interno della Città ma una quota sempre maggiore di prodotti viene comprata anche da abitanti del quartiere non iscritti al gruppo e dai passanti.Tra i banchi del mercato si tengono anche laboratori gastronomici per bambini in cui si fanno la pasta ed il pane destinati ai pranzi sociali a sottoscrizione libera che si tengono nel giardino o nei locali della Città.

Il giardino dell’ utopia

Pur dovendo molta della sua suggestione alla capacità evocativa delle reminiscenze di una ruralità perduta La Città stessa scorda, in un primo momento, di avere attorno a sé un frammento sopravvissuto di paesaggio, che si limita a ripulire dalle infestanti e dai rovi periodicamente.

La prima preoccupazione progettuale verso il giardino la si deve al Prof. Giuseppe Castelli: giardiniere appassionato, erborista e fitopreparatore membro dell’Associazione storico-erboristica Monte dè Cocci. Egli, per primo, progetta e mette a coltura durante un campo di lavoro, un orto di erbe officinali al quale correla una serie di laboratori di botanica, erboristeria e di pronto soccorso erboristico che incontrano notevole partecipazione.

Durante tali lavori il Professore, scova una serie di specie date per estinte nella flora del Lazio e le colloca in una sorta di giardino-presidio della biodiversità che va arricchendosi ogni qualvolta il Professore avvista nelle friches romane specie rare o a rischio di estinzione dalle quali preleva semi e talee da moltiplicare alla Città. Fiore all’occhiello di quest’arca di Noè vegetale (mi incalza Giuseppe ad appuntarmi il nome per divulgarvelo) è la Centranthus macrosiphon che Pignatti dava per estinta a Roma e che lui ha ritrovato in un terreno, divenuto poco dopo un parcheggio, al Torrino.

Da un anno a questa parte l’importanza della dimensione giardino all’interno della Città dell’Utopia assume un ruolo preminente grazie al progetto catalizzatore dell’Arch. Paesaggista Rosa Montemurro che, ci racconta, affascinata a prima vista dal pathos del luogo ed entusiasta del ruolo di condensatore di socialità che aveva acquisito nel quartiere, decide di mettere a disposizione la sua professionalità a servizio della causa e di dotare la Città di un giardino in cui gli intenti di cooperazione che informano il progetto sociale, si proiettino nel lavoro e collettivo della terra e nel godimento condiviso dei suoi esiti paesaggistici.

Rosa inizia col redigere un concept di massima per la sistemazione del giardino che vede gli spazi per le funzioni principali, centrati e coordinati ognuno attorno al fusto di un grande pino. Da qui una serie di piazze e spazi circolari collegati da una promenade sinuosa. Il disegno che ne deriva poi è il frutto di una progettazione partecipata che, tramite un laboratorio aperto, raccoglie le proposte degli abitanti del quartiere. Con tale pratica Rosa, a mio avviso, fornisce un esempio che deve essere assorbito nel codice deontologico dei paesaggisti che vogliono avvicinarsi ai giardini condivisi: mettendo da parte la velleità del segno, rendendosi interpreti professionali della volontà e del gusto collettivo.

I lavori sono in progress. Per ora è stato realizzato il terrazzamento che guarda viale Leonardo da Vinci dal quale è visibile un’onda di fioriture colorate che richiama l’attenzione dei passanti sul giardino, ma Rosa ha subito capito che il cantiere non può sottostare ai vincoli della ciclicità dei campi internazionali di lavoro volontario, pertanto ha costituito di recente un comitato-giardino formato da volontari residenti nel quartiere e a Roma, disponibili a realizzare con continuità i lavori. Grazie a loro il cantiere subirà presumibilmente un’accelerazione e forse già l’anno prossimo il laghetto, l’orto sinergico ed il palco-teatro librato sulla scalinata saranno realtà.

Con la costituzione del comitato si chiude la parabola, totalmente diversa nel suo svolgimento da quella del giardino di Via dei Galli, della nascita di un altro esempio romano di giardino condiviso. Giardino quiescente nel serbatoio di biodiversità nascosto tra i rovi che avvolgevano il casale Giardino liberato dal lavoro di volontari venuti da lontano, riportato all’attenzione ed arricchito dalla passione botanica di un erborista, progettato secondo le richieste dei residenti dalla professionalità di una paesaggista e, solo infine consegnato, tramite un’efficace campagna di sensibilizzazione, al lavoro volontario e al godimento della collettività.

Serena Savelli

http://picasaweb.google.com/rosa.montemurro

http://www.lacittadellutopia.it/

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