Introduzione alla “Normativa sul Paesaggio”

La rubrica tratterà della “Normativa sul Paesaggio”, argomento che è stato dibattuto più volte nella storia della nostra Repubblica e che ha visto la nascita di numerosi leggi più o meno utili poi corrette da altre leggi e così via. In pratica dopo 65 anni di caos dalla legge sulle Bellezze Naturali un codice approvato nel 2004, il Codice Urbani – Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio – ha provato a raccogliere tutte le leggi in materia in modo da ordinarle sotto un unico testo da consultare. Anche se molto valido, questo codice sembra già superato ed ha visto delle modifiche successive di rito.

Come si spiega tutta questa confusione in materia di Beni Culturali e di tutela del Paesaggio?

Probabilmente le cause sono tre:

  • il Paesaggio non ha voce propria
  • gli interessi economici sui Beni Culturali e sul Territorio sono enormi
  • in Italia si ricorre a nuove leggi perché si fanno ma non si fanno rispettare o si aggirano

 

Analizziamo le prime due cause che dovrebbero essere cardine dell’anima del nostro Paese.

Il Paesaggio non ha voce propria.

Le leggi si fanno per difendere le istituzioni, i diritti delle persone od i beni delle persone. Se qualcuno aggredisce illegalmente una istituzione, i facenti parte di quella istituzione urlano per difenderla. Se qualcuno aggredisce una persona od i suoi beni, quella si rivolge alla magistratura per difendere i propri diritti. Anche le classi socialmente più deboli hanno una voce, anche se fievole: gli immigrati si possono far sentire in piazza, i minori riescono a volte a denunciare soprusi ecc. Se qualcuno aggredisce i Beni Culturali, visto che ogni giorno che passa questi sono identificati sempre di più con il denaro, persone ed istituzioni sono quasi sempre pronti a difenderli. Se qualcuno però aggredisce il Paesaggio, il più delle volte nessuno si indigna o interviene, perché?

Perché come abbiamo detto il Paesaggio non ha voce, non può difendersi da solo. Perché il Paesaggio venga difeso è presupposto che le persone abbiano coscienza che un determinato Paesaggio esista, abbiano la cultura per comprendere che sia in atto una aggressione verso un determinato territorio. Più facile è difendere l’ambiente, la base culturale per comprendere che un fiume è inquinato è di comune conoscenza perché i danni all’ambiente sono legati indissolubilmente con la salute dell’uomo: se un laghetto presenta schiuma sulla superficie dell’acqua non facciamo il bagno e non andiamo a fare un picnic accanto ad una discarica abusiva. Per difendere il Paesaggio bisogna essere feriti nell’anima e lo si è solo se riconosciamo un danno che solo l’interesse per la nostra storia, per le tradizioni e per la cultura ci può far comprendere.

Non è un caso che i paesaggi più difesi in Italia siano quelli con connotazione maggiormente riconoscibile a prima vista: quasi tutti hanno le basi per riconoscere a colpo d’occhio un Paesaggio Toscano, i sassi di Matera o le rive luccicanti della Costa Smeralda.

La Convenzione Europea del Paesaggio del 2000 recita alla lettera “a” dell’articolo 1 questa definizione di Paesaggio:

“Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.

Si parla quindi di “percezione” delle popolazioni e quindi se quelle popolazioni hanno perso nel tempo l’anima dei luoghi in cui vivono, nessuno li difenderà?

Poi nell’articolo 5, quello dei provvedimenti generali, alla lettera “a” dice:

riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità;

Credo che l’articolo 5 sia fondamentale perché stabilisce che il paesaggio esiste giuridicamente e quindi deve essere difeso in quanto tale e non perché rappresenta gli interessi di altre realtà.

Ed alla lettera “d” dello stesso articolo:

integrare il paesaggio nelle politiche di pianificazione del territorio, urbanistiche e in quelle a carattere culturale, ambientale, agricolo, sociale ed economico, nonché nelle altre politiche che possono avere un’incidenza diretta o indiretta sul paesaggio.

Anche questa lettera è un grande passo in avanti e va a completare un aspetto che la Convenzione chiarisce senza dubbi: al centro del paesaggio vi è l’uomo, è lui che ha creato il concetto di paesaggio, è lui che lo percepisce, che lo vive e che lo arricchisce di significati culturali e dunque il paesaggio, come parte inscindibile della vita umana, deve essere incluso, considerato, tutelato e valorizzato in qualsiasi azione politica che agisce sul territorio e sulla vita delle comunità anche indirettamente.

La reazione negli ultimi anni, almeno per le teorie di pianificazione delle gestioni locali, è stata naturale: puntare sulle culture locali per la difesa dell’arte e delle economie tradizionali. Io aggiungerei: puntare sui paesaggi peculiari locali Italiani, sempre più minacciati dall’importazione di culture esterne alla nostra tradizione (un esempio chiaro: i “writers” che firmano felici i muri di tutta Italia pensando di essere originali, stanno solo copiando una sottocultura urbana statunitense).

Interessi economici sui Beni Culturali e sul Territorio

Brevemente, perché non serviamo noi a spiegare questo fenomeno noto.

I Beni Culturali sono soldi alla stato puro. Si contrabbandano, servono per attrarre turisti con la loro mercificazione nei tour museali reclamizzati in ogni angolo delle città, si scambiano temporaneamente per tour museali itineranti delle capitali mondiali, si battono all’asta, si valutano per attribuirgli un “prezzo” che sommato a tutti i prezzi degli altri Beni Culturali, danno il valore della “cultura” di un Paese. Il valore della cultura dovrebbe essere misurato con quel che si sa e che si vuole comunicare, non con quello che si possiede. I tempi sono questi e l’Italia si adegua con quello che ha (importiamo l’energia, esportiamo la cultura).

L’economia del  Territorio in Italia ha, invece di due direzioni da seguire alla pari, una sola tendenza: lo sfruttamento del valore dei terreni resi edificabili per lucrare denaro a danno del Paesaggio.

Ci vendiamo l’Italia un pezzo alla volta perché questa commercializzazione tiene in piedi il settore edilizio che a sua volta tiene in piedi i conti di mezza Italia, ma soprattutto di pochi imprenditori edili e di molti amministratori locali.

La seconda direzione che andrebbe seguita sarebbe quella dello sfruttamento del Paesaggio per l’attrazione di turismo diversificato da quello strettamente legato ai Beni Culturali, sfruttamento che però tutela e riqualifica lo stesso Paesaggio e le tradizioni locali. Parlo di tutto quel sistema di “vero” agriturismo, di turismo culinario, di arte locale, di tradizioni locali, che andrebbe rivalutato e che porterebbe denaro distribuito più equamente e per un periodo indefinito.

Francesco Tonini

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6 pensieri riguardo “Introduzione alla “Normativa sul Paesaggio”

  1. Ottima iniziativa per il paesaggio e pertinenti le tre cause individuate. Tuttavia, vorrei aggiungere una considerazione che riguarda la connotazione estetica del paesaggio, oggi non più celebrata dagli artisti. Da quando gli artisti hanno abbandonato il paesaggio, le comunità non hanno più consapevolezza del paesaggio come bene comune e luogo in cui di concretizza la loro identità!

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  2. Ad un livello globale, sembra che in Italia quel che c’è di più carente è il “senso di comunità”, che viene poi declinato nei suoi vari aspetti, tra i quali quelli del “luogo” in cui la comunità risiede.
    Una piccola esperienza diretta, molto interessante, si può leggere qui:

    http://smart.thinktag.org/it/resources/partecipazione-della-comunita-locale-la-

    L’unica nota di speranza di questi anni, nel cambiamento di visione su se stessi – comunità, è costituito dall’esperienza degli ecomusei [là dove essi siano veramente tali, ovvero espressione di comunità, non solo musei all’aperto o diffusi], che stanno ri-costruendo l’identità perduta.

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  3. Ottimo post.
    Hai perfettamente colto la portata gigantesca del problema.
    Aggiungerei solo un appunto: è per questi stessi motivi, che tu hai brillantemente dedotto, che in Italia non viene riconosciuta la professionalità di chi opera nel campo della tutela e della salvaguardia dei Beni Culturali e del Paesaggio.
    Ti consiglio la lettura, ma forse l’avrai già fatta, di un illuminante articolo “Archeologia o istituzioni: statalismo o policentrismo” di G.Brogiolo, Archelogia Medievale 1997.

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