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testo ed immagini di Irene Cuzzaniti

A Torino l’orto botanico del Valentino rispecchia la città. E’ ordinato, di dimensioni contenute (tre ettari), signorile ed elegante ma non severo. E’ sobrio e silenzioso.
Si comincia a sorridere ed a goderne già arrivandoci poiché si attraversa il Parco del Valentino, un vero locus amoenus affacciato sul grande Po.
Sono entrata nel giardino botanico un venerdì di giugno, nel primo pomeriggio, e nonostante vi fossero studenti della facoltà di Biologia intenti a seguire le lezioni nelle loro aule che affacciano sul giardino e sul fiume, giardinieri al lavoro ed altri personaggi ( ho conosciuto uno scultore che era lì a lavorare ), regnava una bella pace, interrotta solo dai versi degli uccelli e sopratutto dal lamento dell’oca solitaria. Perchè si trovasse lì sola non l’ho capito.

L’impianto del ‘Giardino dei semplici’ risale al 1566, ma è solo nel corso del XVIII secolo che per volontà dei Direttori dell’Orto botanico le collezioni si ampliano, accrescendone il valore.
Da allora si comincia a lavorare all’imponente Erbario, oltre che alle numerose rappresentazioni botaniche (acquerelli, pitture, disegni…).
Il XIX secolo rappresenta il periodo di massimo rigoglio del giardino botanico che raggiunge il numero di 12000 piante.
Durante il Novecento parte degli spazi verdi venne sacrificata a favore della costruzione di aule e biblioteche.
Dagli anni sessanta del novecento si sono introdotte specie di ambienti alpini, pedomontani, padani e specie esotiche ormai naturalizzate (Pterocarya, Zelkova, Pseudotsuga, ..), che rappresentano tra l’altro un importante memoria storica vivente in quanto presenti sul nostro pianeta da prima delle glaciazioni.
Nel 2003 sono stati introdotti anche alberi da frutto collegati ai modelli di Garnier Valletti ed i cui frutti si ritrovano anche nel ‘Museo della Frutta’ in città.
Infine nel 2007 è stata restaurata una nuova grande serra che ospita entità del Sud Africa, ambientate in modo da evocare scenograficamente foresta dello Tsitsikamma, il Fynbos, il Richtersveld, il Karoo.
Posso dire che non sono state le specie botaniche a impressionarmi. Certo, sono presenti alberi dalle maestose dimensioni e tra l’altro sani, cosa non scontata! Ma è l’armonia generale di questo luogo ad avermi colpita. Un luogo di studio, è vero, ogni pianta è giustamente accompagnata dal suo cartellino in Braille, senza dimenticanze ( lo stesso non si può dire dell’Orto botanico di Roma ad esempio), ma per me questo resta un giardino più che un ‘orto’.

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