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“Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”

Heinrich Heine – 1821

Questa frase, purtroppo profetica, fu scritta dal poeta Heine circa 100 anni prima che si avverasse in tutta la sua agghiacciante drammaticità. Nel 1933 i Nazisti fecero bruciare i libri “indesiderati”, culla storica della civiltà, dai giovani delle associazioni studentesche di Germania. Il significato di questo gesto è inequivocabile ed il gesto del bruciare, del cancellare, è simbolicamente chiaro: ignorare tutti i pensieri di uomini che la pensano diversamente da me, dimenticare il passato e stabilire nuove regole ed una nuova inciviltà, senza radici, senza cultura, senza discernimento.
Quello che stiamo facendo al nostro Paesaggio non è diverso. Nel paesaggio è scritta la nostra storia, nel paesaggio troviamo le nostre radici, nel paesaggio possiamo individuare la nostra cultura, i nostri costumi, la nostra civiltà.
Distruggere il paesaggio che i nostri antenati hanno faticosamente creato in secoli di duro lavoro nei campi, nelle bonifiche, nella costruzione di poderi e casali, nel regimare le acque in canali di irrigazione, è un crimine non dissimile a quello del bruciare libri. Stiamo cancellando pezzi di noi stessi attraverso il consumo del suolo, nel lasciare che le aree agricole vengano abbandonate (terzo paesaggio di Gilles Clément) e nel non intervenire.
Una definizione che mi ha sempre lasciato interdetto, una di quelle coniate dall’urbanistica degli anni ’70 che pensava di poter risolvere tutto con i numeri, è “piano libero tra edifici”. La città, per l’urbanistica, è solo un insieme di pieni e vuoti, quantità senza qualità. Il piano libero tra edifici è il “vuoto” o peggio il “negativo” del pieno, qualcosa senza identità, senza funzione. L’urbanistica ha pensato che la città potesse essere governata da numeri: coefficienti di edificabilità, metri quadri, metri cubi, altezza degli edifici, dimensione dei parcheggi, numero di abitanti per km quadrato, ed anche metri quadri di “verde pubblico” per cittadino: uno scialbo ed inumano modo di pensare, che di fatto è fallito. Perché? Perché gli uomini non hanno bisogno di numeri, ma di bellezza, arte, alberi, aria pulita, profumi, riposo, amore. Pensate che nei 18 metri quadri di “verde pubblico” destinati ad ogni romano, erano contemplati anche i parcheggi, i marciapiedi e tutti quegli spazi che sono necessari nella città, ma che non hanno a che fare con la vera qualità degli spazi pubblici: parchi, giardini, piazze, viali alberati ecc.
Chi pronuncia “spazio libero tra edifici”, è una persona insensibile alla vita, alla comunità, alle persone, e non vedrà mai lo “spazio” come luogo di scambio, di relazione, di gioco, pieno di vita. E’ nello spazio che ci muoviamo, che respiriamo, che amiamo, che viviamo. Se non è bello, gradevole, confortevole, piacevole, culturalmente riconoscibile, è inutile parlare di spazio pubblico.
Quello che voglio arrivare a dire è che dobbiamo iniziare ad occuparci di tutti gli spazi pubblici, quelli urbani e quelli extraurbani come demanio e come bene comune, in maniera seria, professionale, attenta al passato, anche visionaria se volete. Se non lo faremo continueremo a vedere le città che si disseminano nel paesaggio distruggendolo, e continueremo ad essere testimoni della cancellazione della storia scritta nel nostro paesaggio.
Bisogna stare attenti a quello che si fa però, perché qualsiasi modifica sul paesaggio, anche se portata avanti con sentimenti nobili, può produrre danni difficilmente riparabili. La green economy ne è un esempio, specialmente quando si parla di produzione di energia da fonti alternative, come abbiamo affrontato qui.
In galleria presentiamo invece un progetto funzionale, con opera di “abbellimento”, che ci sembra molto discutibile, sia dal punto di vista estetico che ambientale. Ringraziamo Cristiana Mancinelli Scotti per averci inviato e permesso di pubblicare le foto di questa rotonda, in zona Ardeatina nei pressi di Santa Palomba, li dove l’agro romano subisce l’aggressione della capitale che continua a crescere, proprio lungo le diramazioni della viabilità. L’intervento è associato all’infrastruttura viaria, ma quello che sembra mancare è proprio quella sensibilità di cui abbiamo parlato, che non deve mai mancare in nessun tipo di realizzazione, grande o piccola che sia, urbana od extraurbana, perché il paesaggio è fatto di tante cose minute, e la sua qualità è data dalla sommatoria di tutte le piccole azioni, operate sul territorio, che lo compongono.
Su questa realizzazione Cristiana mi chiese un parere qualche giorno fa. Alla mia risposta, non abbastanza seria, in cui ho scritto “un progetto come tanti altri”, Cristiana ha replicato con passione dando un giudizio molto negativo e senza appello sull’opera. Non posso fare altro che darle ragione. Spesso, nel mare di orribili realizzazioni, opere, interventi, che continuano ad essere proposte dalle amministrazioni locali, ci si assuefà alla bruttezza, si perde la capacità di vedere e non ci si scandalizza più, proprio come è successo ai tedeschi nel loro delirio di guerra del secolo XX.
E’ necessario scandalizzarsi invece e gridare con forza che il paesaggio è nostro, prima che vengano cancellate le tracce del passato e che vengano bruciati i libri.

Francesco Tonini

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