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articolo e foto di Monica Sgandurra per Paesaggiocritico

Un pomeriggio caldo di luglio, un sabato per la precisione.
Devo andare verso via Cavour e mi trovo a parcheggiare, fortunatamente, lungo via degli Annibaldi. Scendo e mi giro per rimirare quel capolavoro che è il Colosseo. La sottile linea che collega via Vittorio da Feltre con via del Fagutale, al di sopra di via degli Annibaldi, è ancora lì. Una linea curva sulla quale in questi anni sono passati fiumi di turisti. Un semplice frammento di arco, uscito dalle mani felici di Francesco Cellini ed Insula, non appesantito dai calcoli strutturali degli ingegneri.
Un fiume di proteste, ve lo ricordate? Interminabili parole che gridavano allo scempio dell’immagine del Colosseo che veniva “fratturata” da questa, quasi trasparente, infrastruttura.
Sovrintendenze in subbuglio, titoloni sui giornali, tutti preoccupati circa la salvaguardia della veduta prospettica dell’anfiteatro. Delirio.
Ma quel luogo ha avuto recentemente altri titoli che gridavano allo scandalo. Ve li ricordate?
Vi rammentate di quel signore che non sapeva chi gli avesse comprato l’appartamento in cui abitava in via della Polveriera? Un fatto paradossale, che ha del tragicomico, una vicenda assurda, un insulto per i più.
Una storia che aveva quasi del fantasy, portata avanti con interminabili articoli sui giornali, servizi sui tg nazionali, interpellanze parlamentari e altro.
Tutti con il naso all’insù, a guardare le finestre di quell’appartamento, tutti a cercare di parlare con gli inquilini di quello stabile, tra le quali una famosa soubrette appollaiata sull’attico dell’ormai famoso edificio. Curiosi e giornalisti lì sotto a guardare, sbirciare, scrutare quella palazzina, chiedendosi quanto costa acquistare lì un appartamento.
Bene, tutta quella gente che ha messo sotto la lente di ingrandimento quel palazzo e nessuno che ha visto, che si è accorto, che ha guardato? Cosa?
L’enorme parete cieca “pezzata” che ricopre una facciata del famoso edificio che incornicia prospetticamente il Colosseo. Strabuzzo gli occhi. Possibile? Cos’è quest’orrore?
Questo luogo è stato esaminato per bene, scrutato, osservato; possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Possibile che si è tirato su un gran polverone per la famosa passerella e nessuno si sia indignato per questo scempio?
A proposito di ponti ma avete visto quello che collega Garbatella ad Ostiense, sopra i binari della linea B? A parte il “versaccio” a Calatrava, vi sembra ben inserito, armonico? O è un po’ sopra le righe?
Ritorniamo al nostro muro.
La storia delle pareti cieche, a Roma, è infinita. Quelle di periferia per lo più aspettano di svanire dietro una nuova costruzione, quelle in centro (San Lorenzo per esempio) sono un ricordo della seconda guerra mondiale, e come tali, è quasi un’eresia farle sparire poiché sono ormai parte del paesaggio urbano, una memoria storica.
Ma quella di via della Polveriera? La palazzina quanti anni avrà? Trenta?
Perché in questi casi non intervenire? E’ evidente che se parliamo di “quadri”, di immagini, di paesaggio, una situazione del genere è una disarmonia, una stonatura.
La parete, è ovvio, deve rimanere cieca per questioni di regolamento edilizio, ma da questo ad avere una superficie brutta che fa da quinta ad una delle prospettive più belle di Roma ……
Forse, in casi come questi, i regolamenti edilizi dovrebbero derogare ……
La riflessione che voglio aprire però è un’altra. Non è sul brutto muro cieco che potrebbe avere facile risoluzione. Perché non ci accorgiamo di ciò? Perché si è perso il senso del vedere?
Perché il guardare ha perso la profondità dello sguardo? Troppo distratti dagli eccessi e quindi immersi in una bulimia visiva che ci rende ciechi come la famosa parete?
Michael Jakob parlando del presente, ci ricorda che “l’essere-nel-mondo ha lasciato spazio all’essere-nelle-immagini, in «un qualche luogo» indefinibile.
Sempre Jacob, focalizzando l’atto di vedere, sintetizza due forme di paesaggio, la rappresentazione pittorica, “l’unica durante lunghi secoli a essere designata come paesaggio [...] che equivale a far-vedere, a una visione della natura attraverso l’immagine”. La seconda forma è quella della “possibilità di farsi un’immagine in situ. Si tratta della presa di coscienza di una presenza, dell’esperienza della realtà di un oggetto [qui: del paesaggio] coesistente con me stesso qui e ora e determinante il mio stato d’animo. Si può parlare di un divenire visibile, di qualche cosa che si fa visibile in quanto tale senza passare per la mediazione fornita attraverso modelli preliminari”. E la vita “imita ormai l’immagine [...] oggetto di fascinazione ubiquitaria” anche e soprattutto attraverso i recenti supporti di riproduzione che generano nuove famiglie di rappresentazioni. A ciò bisogna aggiungere il moltiplicarsi di punti di vista, dove la “prospettiva antropica è stata superata da quella tecnica dei satelliti”, per intenderci dalla prospettiva centrale di Brunelleschi all’universo di Google Earth, come ci ricorda sempre Jacob.
E’ pur vero che il paesaggio è un testo complesso, polisemico, per il quale spesso si ha oggettivamente una difficoltà di lettura proprio per la sovrapposizione di segni, significati e altro.
E’ per questo che non può essere ridotto a un processo lineare.
Tutto questo moltiplicarsi di azioni e possibilità, che passano attraverso l’immagine e la sua riproduzione, dovrebbe produrre ricchezza, capacità espressiva, moltiplicazione, creatività, e non la ripetizione e la copia, ma divenire essa stessa risorsa, per capire e costruire esperienze ed emozioni, per inserire la nostra esistenza nel mondo.
E allora ecco che mi spiego del perché di questa “svista”. E’ talmente forte l’esperienza della visione del Colosseo che oggi l’occhio annulla tutto ciò che sta intorno, oppure è talmente forte il fatto, il caso del proprietario ignaro dell’acquisto del suo appartamento in quella palazzina, che il luogo perde il suo paesaggio, le sue relazioni, perché è più forte altro, e inconsapevolmente accettiamo la dissonanza visiva.
Ma siamo in tempo per correre ai ripari.
Possiamo diventare meno distratti e aumentare le nostre capacità di lettura non fermandoci agli eccessi, a ciò che è particolarmente brutto o esageratamente bello.

* “la città trasparente” è un piccolo libro che raccoglie disegni ed acquerelli di Lyonel Feininger, figlio di musicisti, pittore e padre di quel famoso Feininger, Andreas, che chi ha studiato fotografia conosce perfettamente. I suoi disegni, le sue composizioni di facciate, palazzi, cieli, uomini e superfici costruiscono paesaggi che lo fanno ricordare come un “pittore del silenzio”.

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