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Una notte vagavo solo tra viuzze nel centro di Roma. Ripercorrevo le strade del divertimento della mia gioventù, tempo di birra nel sangue e tanta allegria, senza preoccupazioni. Ripercorrevo dicevo, con un po’ di emozione ed un po’ di malinconia, ma quello che vedevo era diverso, più entusiasmante. In questo presente maturo, in assenza di effetti della baldoria, Roma balzava agli occhi in tutta la sua nudità innocente. Il centro di Roma, quello della città che si è sovrapposta dal medioevo al secolo XIX alle rovine dell’impero, è scabrosamente erotico e spoglio: quasi nessuna presenza di vegetazione, se si esclude qualche piantina costretta nei vasi a sbalzo su davanzali incerti, e pochi alberi maltrattati, ridimensionati da potature violente, incivili addirittura.
Il fatto più sensazionale è che questa parte di città, che ha custodito il cuore della cultura romana per secoli e che oggi costituisce il fulcro del divertimento notturno di una città condannata ad una rovina sublime, accarezzata con l’anima da turisti di tutto il mondo, non ha nessun bisogno di alberi, se non di quelli che si sono imposti per merito, necessità, eterna bellezza. Parlo della quercia di piazza della Quercia, della Paulownia tomentosa di Piazza della Chiesa Nuova, del Cercis siliquastrum sul Palatino visibile da via di San Gregorio, della Magnolia grandiflora su via Corsini poco prima dell’ingresso dell’Orto Botanico, dei platani superstiti sul lungotevere, sempre più aggrediti da traffico e da folle impazzite, che li ignorano, per raggiungere la banchina degli orrori tappezzata ogni estate da bancarelle impazzite.
Altrove, nella fitta rete di cunicoli stretti della città compatta edificata prima dell’opera igienizzatrice dell’epoca moderna, non vi è alcuno bisogno di alberi, non serve la loro ombra anzi, il loro ingombro diventa insostenibile. Certo vengono alla mente alcune piccole strade in selciato di trastevere, dove rampicanti e piccoli alberi infestanti si sono incuneati tra fessure e buche creando angoli suggestivi, sostenibili alla vista solo quando si sovrappongono a fronti edilizi senza qualità artistica e senza valore storico raro. Per conferma, vedete alberi a piazza Navona? Pensate ad una maestosa farnia che intralci la vista della chiesa di Sant’Agnese in Agone e della fontana dei Quattro Fiumi, andando tra l’altro ad infilare radici in terreni sacri con migliaia di reperti archeologici sparsi ovunque.
E’ inutile negare altrimenti che nella faccenda di piazza San Silvestro in molti ed anche noi, ci siamo adirati perché fu scartata quasi dal principio la possibilità di piantumazione di qualsiasi specie arborea. In quel caso si è forse esagerato. La piazza è rovente da più di un mese, la maxi-eccentrica seduta di Portoghesi serve per leggere il giornale solo dalle 6 alle 7 di mattina, ed in effetti mettendo qualche albero riparatore, magari spogliante, si sarebbe dato un segno di civiltà senza inficiare la vista di nessuna architettura unica.

La premessa ci aiuta a dare una interpretazione all’insensato, secondo noi, Disegno di LeggeNorme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” (fonte Senato della Repubblica), con primi firmatari l’onorevole Giulia Cosenza (PDL) e l’onorevole Prestigiacomo (PDL). Il DL identificato dal Senato dal N. 2472-B è in fase di approvazione in Parlamento ( è già stato approvato alla Camera e poi al Senato, che l’ha ora rinviato con piccole modifiche non significative alla Camera, che fra poco si pronuncerà quasi sicuramente con esito favorevole).
In realtà la legge ricalca una leggiuzza di 20 anni fa, la “LEGGE 29 gennaio 1992, n. 113 – Obbligo per il comune di residenza di porre a dimora un albero per ogni neonato, a seguito della registrazione anagrafica.”, approvata quando Presidente del Consiglio della “prima Repubblica” era Giulio Andreotti. La legge, spero e credo, non è mai stata applicata realmente…
Nella nuova proposta di legge d’iniziativa del deputato COSENZA, si è presa la legge del ’92, vi si è aggiunto un po’ di altre proposte prese di qua e di la, e la si è fatta diventare un bel minestrone senza sapore nel quale non si distingue più cosa è buono e cosa no.
In linea di massima alcune delle proposte, se isolate, sembrano anche interessanti, ma quella principale degli alberi sembra proprio un bel pastrocchio. Si è arrivato ad un punto in cui qualsiasi idea relativa all’ambiente viene cavalcata con intenti popolari da esponenti politici di tutti gli schieramenti, pensando che tanto non si fa danno a nessuno, perché secondo i più la difesa dell’ambiente è sempre cosa buona. Ora, per esempio, è il momento degli orti urbani, che vanno tanto di moda, ed ogni presidente di Municipio od assessore all’ambiente è sempre pronto ad inaugurarne uno nuovo…alcuni di questi spazi destinati ad orto sono stati intelligentemente affidati alla progettazione di un professionista del paesaggio, che presumibilmente sa come muoversi per non danneggiare ulteriormente la città ed il paesaggio urbano, o che per lo meno dovrebbe attuare con diligenza la prassi di chiedere la collaborazione ad altri professionisti che si occupano di ambiente e di paesaggio (ecologi, agronomi, forestali ecc), sapendo che è sempre cosa buona.
Diciamo una cosa che può sembrare assurda, e che invece non lo è: gli interventi portati sotto lo scudo dell’ambiente sono spesso dannosi al paesaggio, a partire dalle centrali per la produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico, idroelettrico), per passare agli innocui orti urbani, sino agli interventi non ben programmati e concertati di piantumazione indiscriminata di alberi. La forestazione urbana è una cosa seria, come gli orti urbani. Come descritto nel nuovo DL leggiamo invece che saranno disposti orti, senza spiegare come, per assorbire l’inquinamento atmosferico. Ho letto bene?
E’ probabile che gli orti urbani se non ben regolamentati, ma soprattutto se non ben coordinati, possano essere dannosi quanto le nuove edificazioni peri-urbane che causano lo urban sprawl. Un giorno si dirà:
“il ricorso indiscriminato agli orti urbani cancellò definitivamente le ultime tracce di campagna laziale, il famoso brullo e spoglio agro-romano, definito da millenni di pastorizia e coltivazioni estensive a seminativo, sui territori che i romani dell’impero spogliarono di tutti i boschi per riscaldare le terme della capitale del mondo antico.”

Qualcuno ha detto all’onorevole Cosenza, che Roma ha il più alto numero di alberi tra tutte le capitali europee (come scritto in questo bel documento dal titolo PER UNA CRITICA ESTETICA DEGLI ALBERI DI ROMA, di Antimo Palumbo, tratto dal n.6, anno II di Silvae) e che l’assorbimento di CO2 previsto dai protocolli internazionali ha un limite oltre il quale non si ottengono più sconti economici (perché è sempre di soldi che si parla quando si tira in ballo l’ecologia!), e che quindi bisogna agire di più sulla riduzione delle emissioni piuttosto che sul metterci una pezza con gli alberi?
Il problema dell’Italia non è la mancanza di alberi, ne abbiamo tanti anche in ambito urbano, il problema è la cura del patrimonio arboreo. Gli alberi bisogna sapere come metterli a dimora, dove metterli a dimora, quando metterli a dimora, a che distanza dalle abitazioni, a che distanza tra loro, conoscere la grandezza della specie a maturità, conoscerne le esigenze ecologiche, conoscerne la resistenza agli inquinanti, conoscerne la resistenza alle potature, sapere come potarli a seconda del portamento della specie, conoscerne la distribuzione dei pesi con lo studio del VTA (Visual Tree Assessment), conoscere le cure migliori in fase di vecchiaia…ecc. Le male amministrate risorse delle amministrazioni locali non possono essere distratte dalla cura del patrimonio arboreo esistente, che comprende anche la piantumazione di nuove alberature e la sostituzione degli alberi malati o morti, per la messa a dimora frettolosa di un albero entro tre mesi dalla registrazione all’anagrafe del nuovo nascituro. Sarebbe il caos completo!
Qualcuno ha spiegato all’onorevole che il problema delle brutte ed invivibili periferie, nate con l’aiuto di plausibili favori da parte di politici locali, non si risolve piantando qualche albero, bensì attraverso la realizzazione di quartieri a misura d’uomo, con parchi e spazi pubblici di qualità progettati da professionisti preparati?
Invece si continua a costruire quartieri disumani a misura d’automobile, anzi a misura di consumismo, che obbligano ad usare continuamente la propria vettura, a sprecare soldi per la benzina, a sprecare acqua per innaffiare un fazzoletto d’erba ridicolo che incarna il sogno esotico della villetta, con giardinetto, protetto da alti muri e cancelli e vigilato da telecamere che invadono la privacy 24 ore su 24!
Le ultime urbanizzazioni periferiche sono il risultato di infime speculazioni, peggiori addirittura di quelle operate dai privati che hanno sfruttato la LEGGE 18 aprile 1962, n. 167, per tirare su quartieri ad altissima densità, come quelli sulla Tiburtina e Tuscolana degli anni 65-80, composti da palazzoni a 6 e più piani, che perlomeno hanno il piano terra dedicato ai negozi…..
E’ anche vero che il consumo di suolo può essere arginato meglio con gli alberi: come dicevamo in questo articolo, l’albero nella cultura attuale, soprattutto se forma associazioni boschive, acquisisce una identità facilmente riconoscibile anche dall’uomo più sprovveduto, che non esiterà a schierarsi nella sua difesa contro l’invasione di nuovo cemento. Non è possibile però trasformare l’agro-romano in selva romana per difendere la campagna del Lazio. La soluzione è nella diffusione della cultura del paesaggio, nel far capire che il pratone spontaneo ha un buon valore ecologico e di biodiversità, che può essere bellissimo anche se disordinato, e che le capre non sono solo animali che fanno puzzolenti cacchette a pallina, ma che sono animali che hanno difeso per secoli importantissime emergenze archeologiche dall’invasione di piante infestanti. Bisogna anche arrendersi ad una ovvietà: noi italiani non siamo un popolo di prateria come i francesi e che il “Terzo paesaggio” di Gilles Clement non attechirà mai decisamente nei nostri cuori poco romantici, perché graffia un ego vanitoso. E poi il giardino a Roma è sempre stato un lusso per nobili, non condiviso dal popolo, che si è manifestato nelle grandi ville private (molte delle quali scomparse per speculazione edilizia ottocentesca, come villa Altieri sull’Esquilino, fatto al quale i cittadini romani non si sono opposti, perché non sensibilizzati alla protezione di luoghi meravigliosi che non capivano ed al quale non avevano accesso), nelle corti private, nelle logge nascoste agli occhi dei più. Di fatto, come già chiesto, vedete alberi a piazza Navona?
Se andiamo ad isolare le parole usate nel Disegno di Legge viene da rabbrividire, a partire dal titolo della legge “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”. Spazi verdi? Cosa sono, piazze pavimentate pitturate di verde? Il termine verde in Italia è talmente abusato che sta bene dopo qualsiasi altro sostantivo (non ha caso nel 2011 a Giardininterrazza abbiamo provocatoriamente proposto una follia d’autore dal nome non è verde).
Essenze? L’essenza di qualcosa è un estratto, un concentrato, qualcosa di morto. La locuzione corretta è specie! Però visto che fa “raffinato” scrivere essenza nel DL si parla anche di “varietà mediterranee”. Questi signori si sono fatti suggerire almeno le definizioni giuste da qualcuno competente, come un fito-geografo od un botanico? Sembra proprio di no.
E poi “cintura verde”? Nel 2012 è quasi superato il concetto di Rete Ecologica, figuriamoci quello di cintura verde: si torna al ring di Vienna del secolo XIX?
Si capisce benissimo che chi ha messo mano alla legge non sa bene di cosa parla.
Concludiamo con delle considerazioni sulla recente moda ambientalista “pro-albero” a tutti i costi, citando due siti che utilizzano la potente identità di richiamo dell’albero per promuovere attività commerciali e di vendita. Via e-mail abbiamo ricevuto da entrambi i siti proposte di pubblicazione di articoli sul nostro sito. La prima aveva come oggetto la frase “Segnalazione iniziativa ecologica” ed è stata inviata dalla dipendente di un sito evidentemente commerciale dal nome “doveconviene.it”, che pubblicizza volantini di note catene di vendita. Il link che ci hanno inviato si apre su una pagina che invita a parlare del progetto che promette di piantare un albero per ogni blog che scrive un articolo sull’iniziativa…..mi sembra chiaro quale sia il ritorno del sito.
La seconda mail è stata inviata da due giovani paesaggiste che hanno creato il sito riqualificazioneurbana.com relativo al progetto sTreet. Con questa iniziativa le nostre colleghe offrono servizi di consulenza per la piantumazione professionale di alberi in ambito urbano e si stanno organizzando per la realizzazione di un software gratuito che guidi alla corretta messa a dimora e cura delle specie arboree. Anche se non condividiamo gli intenti paesaggistici dell’operazione, per quanto detto sin qui, è certamente una iniziativa ben fatta che ci piace.
L’albero, come soggetto-oggetto, è al centro di interessi ecologici, paesaggistici ed economici sempre più rilevanti.
Ultimissime considerzioni:

si, l’albero è bello
si, l’albero è un fondamentale elemento di composizione del paesaggio
si, l’albero è il primo è miglior riparo che l’uomo abbia mai avuto per proteggersi dagli agenti atmosferici e dai fenomeni meteorologici
si, l’albero è la migliore soluzione per l’assorbimento di inquinanti in ambiente urbano
si, l’albero migliora il microclima locale
si, l’albero è fonte di energia e di nutrimento
NO, l’albero non è sufficiente senza un progetto a riqualificare e valorizzare il paesaggio.

Andiamo all’appello sensibile. L’appello, dal titolo “SOTTOVALUTARE IL SUOLO, L’ECOSISTEMA ED IL PAESAGGIO IMPEDIRA’ LA CRESCITA E LO SVILUPPO DEL PAESE“, firmato dalle associazioni aderenti al CATAP (COORDINAMENTO DELLE ASSOCIAZIONI TECNICO-SCIENTIFICHE PER L’AMBIENTE E IL PAESAGGIO) di cui fa parte anche l’Aiapp, è un testo che vuole dare dei riferimenti urgenti per una attenzione, quanto mai dovuta come ora, nei confronti dell’ambiente e del paesaggio, al fine del miglioramento delle condizioni di vita di tutti. So che “miglioramento della qualità di vita” può significare tutto e nulla, ma la realtà, che risulta evidente dal testo dell’appello, e che solo con la tutela e valorizzazione del paesaggio si può ottenere la felicità di coloro che vivono in un territorio.
Firmiamo anche noi senza riserve l’appello del CATAP.

Il documento memorabile.
Nel 1981 un gruppo di esperti appartenenti al “Comitato internazionale dei giardini storici ICOMOS-IFLA“, preoccupati per l’andamento negativo delle aggressioni al patrimonio dei Beni Paesaggistici italiani e mondiali, si è riunito a Firenze per redigere il più importante documento mai prodotto sino ad allora su questo tema: la Carta dei Giardini Storici, detta Carta di Firenze.
C’è poco da dire sul documento, tranne che si ricollega ad un altro documento storico, la Carta di Venezia del 1964 sui “monumenti storici”, e che andrebbe imparato a memoria da tutti gli studenti dei corsi di paesaggio di qualsiasi università. La carta è talmente importante ed ha stabilito un precedente così necessario da costituire un modello per tutto quello che si è detto sui giardini storici, e non solo, dal 1981 in poi.
Purtroppo, anche questo scritto è stato ignorato dagli stolti che spesso governano le nostre città storiche. Basti pensare al maxi-schermo impunemente inserito nelle ultime estati presso piazza Siena nel cuore di villa Borghese.
Non aggiungiamo altro.

Francesco Tonini

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