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“L’uomo sembra possedere da sempre un sentimento per la natura che sorge spontaneo. (…) si pensi alla pittura etrusca e romana o a noti esempi che possiamo trarre dalla letteratura greca e latina. Riscontriamo allora la presenza di una costante sentimentale: la nostalgia verso un passato ritenuto “autentico””
Raffaele Milani, L’arte del Paesaggio 2001, Bologna, IL MULINO
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La natura è legata all’immagine di strutture architettoniche da molti secoli oramai. Paesi, villaggi, borghi appartengono al nostro repertorio di paesaggi noti per essere considerati “naturali”. E le architetture industriali, in che parte della nostra percezione vanno inserite? E’ sufficiente la nostra cultura post-industriale a far collocare immagini di complessi industriali in a se stanti paesaggi acquisiti, con pari dignità?
Personalmente credo sia accettabile solo in parte di noi, in coloro più permeati da una cultura che ha prodotto forme d’arte che hanno legittimato i paesaggi industriali. Si pensi ai quadri di soggetti industriali di Mario Sironi, agli schizzi dei giovani Mario Chiattone e Antonio Sant’Elia o ad alcune parti delle visioni metafisiche di De Chirico.
Del resto come dicevamo in questo articolo, la percezione del paesaggio è il risultato di una serie di sensazioni tratte dal rapporto del tutto personale con i luoghi.
Il problema è che questo rapporto con i luoghi è stato distorto in maniera irrevocabile da due eventi connessi: la rivoluzione industriale e la sua reazione, il romanticismo, che nel paesaggio si è esplicato nella forma d’arte del sublime prima, e del nostalgico pittoresco fino ad oggi. L’ultima variante di questa fortunata serie artistica, che ha monopolizzato le menti di molti amanti della natura e del paesaggio, è quella che Raffaele Milani chiama “estetica ambientale”, che associa il radicalismo ambientale, totalmente anti-interventista sul paesaggio, ad una delicata ma spesso unilaterale, estetica botanica. Nessuna evoluzione successiva dell’arte è riuscita ad indebolire la visione paradisiaca del paesaggio contemplata nel romanticismo.

Attingiamo nuovamente dal libro di Raffele Milani:
“esiste un sentimento autentico della natura e del paesaggio? A quale paesaggio debbo fare riferimento perché io possa pensare che sia quello vero, dopo le trasformazioni operate dall’uomo o da eventi naturali disastrosi? (…) L’estetica ambientale, che pare tenersi piuttosto separata dall’arte, nel momento in cui ricerca idee e strutture per descrivere e qualificare il bello naturale, è costretta però, a seconda degli autori e delle posizioni, a ricorrere al modo in cui l’arte stessa traduce il nostro percepire la natura (…)”

Fortunatamente l’uomo non è immune all’arte e riesce ad attingere da essa ed a costruirsi una sensibilità diversa a seconda di dove cresce, di cosa studia, di cosa ama. Così, come dice più sotto Giorgio Cecca nella presentazione di Turbigo: “Per me visitatore la visione è sconcertante ma per gli abitanti (alcuni, per lo meno) la centrale possiede un certo fascino (vedi su Facebook il gruppo “QUELLI CHE ADORANO LA CENTRALE PRESSO TURBIGO PERCHE’ E’ UN’OPERA D’ARTE”).

Nelle due serie di fotografie di paesaggi industriali proposte da Giorgio Cecca, personalmente trovo delle differenze sostanziali. Senza soffermarci sull’alta qualità estetica delle fotografie, Giorgio ha colto sapientemente il variabile rapporto che può instaurarsi tra la comunità locale e l’emergenza, molto evidente, dell’ingombrante apparato industriale, che nel caso di Turbigo è ingentilito nella relazione visiva con le persone che vivono la campagna agraria ed il fiume, pescandoci addirittura. Nelle immagini di Portus Ganda sembra evidente una separazione fisica e culturale con il complesso industriale, evidentemente non considerato paesaggio. Sembra quasi di prevedere il comportamento degli abitanti locali, che probabilmente alla fine dell’attività utile di queste industrie, nel caso di Turbigo recupereranno la struttura e ne faranno un esempio museale di archeologia industriale, mentre nel caso di Portus Ganda non esiteranno nemmeno per un attimo allo smantellamento della struttura, al fine di bonificare “paesaggisticamente” la vista dei luoghi, che forse però non avranno più niente da offrire all’occhio umano.
Analogamente è come se, una volta terminata l’utilità dei Forti di Roma, si fosse pensato ad un loro smantellamento immediato. I forti sono piuttosto recenti (fine secolo XIX), e non avevano nessun valore archeologico se non come strutture militari obsolete. Oggi invece si sta cercando di recuperarli e metterli in rete con la mobilità alternativa, per il loro valore storico, architettonico, culturale e sociale. Avremmo dovuto abbatterli perché erano elementi disturbanti nel paesaggio della campagna romana?

Chiudiamo con un ultimo estratto dal libro di Milani:
“Dove risiede dunque l’autenticità (del paesaggio)? Pare dunque inevitabile una continua invenzione delle cose secondo suggestioni offerte dal mito e dalla storia, dalle arti e dalla letteratura (…) Ogni scoperta estetica promuove a sua volta svolgimenti del gusto e della cultura. Secondo un gusto individuale, quali paesaggi preferite?”

Francesco Tonini


Le fotografie sono nella galleria in fondo all’articolo.

Turbigo
descrizione di Giorgio Cecca

Turbigo è una piccola cittadina di 7500 abitanti in provincia di Milano, sulla sponda sinistra del Naviglio Grande e a breve distanza dal fiume Ticino.
Recentemente vi sono state effettuate alcune riprese di un film di successo probabilmente a causa della bellezza di luoghi ma una visita a Turbigo rivela una realtà leggermente diversa da quella cinematografica.
Sull’altra sponda del naviglio sorge una centrale termoelettrica che, con le sue torri e ciminiere (6 in tutto) domina e caratterizza il paesaggio nel raggio di qualche chilometro.
Per me visitatore la visione è sconcertante ma per gli abitanti (alcuni, per lo meno) la centrale possiede un certo fascino (vedi su Facebook il gruppo “QUELLI CHE ADORANO LA CENTRALE PRESSO TURBIGO PERCHE’ E’ UN’OPERA D’ARTE”).

Credo che questa centrale simboleggi la capacità dell’Uomo di metabolizzare nel proprio animo la trasformazione del paesaggio imparando, da un lato ad accettare trasformazioni profonde e dall’altro a rassegnarsi al fatto che il “bel paesaggio” esista sì, “da qualche parte”, è sufficiente raggiungerlo in occasione delle vacanze e delle gite fuori porta.

Portus Ganda (Gent)
descrizione di Giorgio Cecca

Gent (Belgio) si trova a 30km circa dal mare ma è servita da un porto la cui costruzione è inziata nel 17° secolo. Dopo vari tentativi senza successo di mettersi in collegamento con il mare mediante lo scavo di canali navigabili, sotto il regno di Guglielmo I d’Olanda, fu scavato il canale Gent-Terneuzen che, con i successivi ampliamenti (l’ultimo è del 1999) costituisce ora il Porto di Gent.

Oltre ad essere un porto, quello di Gent è un parco industriale perchè sulle sue banchine affacciano numerose attività manifatturiere. Industrie automobilistiche, acciaierie, centrali termoelettriche e impianti che producono biocombustibili.
Quello che colpisce è come tutta l’area sia abbastanza lontana dalla bruttezza delle zone industriali italiane. Sembra (e certamente lo è) che le destinazioni d’uso dei suoli siano state oggetto di attenta pianificazione e che la stessa sia stata rispettata.
Infatti non si assiste nè al degrado visibile nelle zone industriali italiane, nè il territorio è totalmente sfruttato perchè ancora resistono aree boscate o rimboscate. Immediatamente al di fuori della “zona industriale”, addirittura, ci si trova immersi nella campagna belga.

Giorgio Cecca
www.giorgiocecca.com

Giorgio Cecca è laureato in ingegneria all’università di Bologna. Ha ereditato la passione per la fotografia da suo padre e l’ha condivisa con i suoi amici. Il suo approccio inizialmente è stato di tipo amatoriale avvicinandosi così al mondo FIAF che abbandona dopo tre anni.
L’esigenza di conciliare la fotografia con l’attività lavorativa lo spinge a concentrarsi unicamente sul tema a lui più caro, quello del paesaggio, in particolare quello modificato o creato dall’uomo. La scoperta e lo studio dei “New Topographics” imprime nuovo slancio alla sua ricerca. Il passaggio alla tecnologia digitale inoltre, gli permette di prendere il pieno controllo sul flusso di lavoro e di semplificare la logistica di quello che ormai non è più un semplice hobby ma una ben precisa esigenza comunicativa.

Sette sue immagini sono pubblicate in “Immagini del gusto” (edizione FIAF) ed ha recentemente seguito il workshop “Interrogare la Natura” con Luca Andreoni presso la Fondazione Fotografia di Modena.

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