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Tra gli altri giardini pubblici di Roma il Giardino zoologico è conosciuto soprattutto per il suo aspetto scientifico e per quello popolare dei tanti bambini che ormai da generazioni vengono accompagnati dai genitori a vedere gli animali ed anche per la vicinanza con il parco di villa Borghese. Tuttavia esistono anche altri valori di questo storico impianto, valori dei quali ci siamo incuriositi e siamo andati a verificare personalmente, avendo saputo che sono passati da poco i cento anni dalla sua fondazione (1911).
Anche se non molti lo sanno, esso nacque sotto l’egida della più assoluta novità a livello internazionale, perché per la prima volta, in un impianto pubblico di questo tipo, al posto delle sbarre di ferro gli animali erano divisi dagli spettatori per mezzo di fossati, che, adeguatamente studiati e disegnati secondo le regole del giardino di stile inglese, davano l’impressione che gli animali si trovassero in libertà, generando nei visitatori paura ed attrazione, un po’ come accadeva ai primordi del cinema con l’illusione di una locomotiva che sembrava entrare nella sala di proiezione.
Inventore di questo rivoluzionario sistema fu il commerciante di animali amburghese Carl Hagenbeck, il quale a dire il vero aveva sviluppato la sua idea più per praticità che per intenti scientifici. Infatti, dovendo mantenere per lunghi periodi gli animali catturati nel freddo clima della Germania settentrionale, e al tempo stesso contenere gli alti costi di gestione, egli, grazie al suo geniale intuito e alla sua grande esperienza, sostituì le sbarre con i fossati e eliminò i riscaldamenti a termosifone acclimatando con successo le specie esotiche con semplici ripari notturni.
Il clamore dei positivi risultati conseguiti da Hagenbeck meravigliarono gli scienziati e convinsero alcuni imprenditori privati ad invitarlo per la progettazione del giardino zoologico romano, che divenne quindi il più moderno d’Europa. Importanti artisti tedeschi come l’architetto scenografo Moritz Lehmann e l’ingegnere Urs Eggenschwiler, portati da Hagenbeck, disegnarono le case degli animali in stile geografico e le finte rocce con tecniche innovative rispetto alla tradizione specifica (una di queste, oggi distrutta, riproduceva il monte Cervino secondo una tarda moda del giardino paesaggistico). L’impianto a verde del giardino fu invece opera di uno dei più esperti progettisti italiani del tempo, Giuseppe Roda, che sviluppò un complesso ed armonioso impianto zoologico-botanico-geografico nel più corretto stile inglese. Si pensi che il Giardino zoologico romano, come straordinaria opera d’arte scientifica, tecnica ed artistica fu addirittura preso a modello per il parco zoologico del Bois de Vincennes a Parigi.
Dopo oltre venti anni dalla sua nascita il Giardino zoologico fu ampliato verso il parco dei Daini con il progetto di Raffaele de Vico, che fino ad allora aveva realizzato i principali giardini pubblici romani, e che qui dette prova del suo eclettismo disegnando un rettilario circolare di sapore razionalista e la grande voliera che ancora oggi, oltre al suo valore architettonico, rappresenta un’innovativa soluzione per gli uccelli migratori di alto volo.
A partire dalla fine della seconda guerra mondiale questo giardino, che vanta una storia così singolare e qualitativa, subì poi un progressivo e lento decadimento, che contrasta con la generale ricchezza portata dal cosiddetto ‘Boom’ economico di quegli anni. Lentamente, nell’arco di diversi anni, molte strutture furono abbandonate, o distrutte, o sostituite con altre nuove indegne della qualità scientifica ed artistica del passato. Lo zoo di Roma, da modello esemplare quale era stato, assomigliò sempre di più ad una città senza piano regolatore, dove ogni piccolo spazio libero veniva riutilizzato di volta in volta rispondendo esclusivamente ad esigenze momentanee.
Oggi, con il nuovo nome di Bioparco, il Giardino zoologico di Roma sta vivendo una fase non facile da comprendere per il contrasto che oppone una vigorosa ed ottimistica propaganda da un lato e le iniziative concrete, scientifiche e commerciali, dall’altro.
Lasciando a chi di dovere la gestione del Giardino zoologico e del suo controllo, sentiamo l’esigenza di attirare l’attenzione di tutti concentrandola sui valori storici ed artistici di questo straordinario monumento, così caro a tutti i romani e anche per questo degno di essere conservato e trasmesso al futuro con quei requisiti di qualità e di coraggio privato o pubblico che contraddistinsero il suo passato. Se conoscere significa conservare, la sfida di oggi, che si chiami Bioparco o Giardino zoologico, è quella di progettare un futuro che tenga conto del passato.
Quello che segue è un breve filmato che invita a riflettere, sulla differenza piuttosto marcata tra le realizzazioni di qualità più antiche del Giardino zoologico, su cui spicca la sensazionale voliera di de Vico, e le sistemazioni più recenti che dove non mostrano segni di degrado ed abbandono, consistono spesso in interventi banali od irrispettosi sulla vegetazione e sulle strutture.

Francesco Tonini


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