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Largo Ettore Marchiafava si trova nel pieno del caos universitario. Situato nel Municipio III lungo viale Ippocrate, un asse che collega lo snodo di piazzale delle Provincie con la Città Universitaria, il viale è fondamentale sia per il traffico pedonale che veicolare oltre ad accogliere numerose attività commerciali. In un recente articolo sui Centri Commerciali Naturali parlavamo della tipologia di maggior successo dell’edilizia italiana, quello della palazzina 4+1 con livello strada destinato a negozi e servizi. In questo quartiere non si può parlare di palazzina, ma l’altezza dei palazzi e la mescolanza di tanto in tanto con edifici di epoche precedenti, regge ancora lo stile di vita italiano anni ’50-’70, insomma quello precedente all’arrivo dei grandi centri commerciali.
Largo Marchiafava non ha niente di particolare. E’ invasa dalle automobili anche se in limiti civili, è provvista di una pavimentazione squallida in mattoni di cls, è arredata con le comuni e mediocri panchine di legno e ghisa, ed infine ospita un grande vaso contenente un olivo, che probabilmente rappresenta il fiero vanto di qualche poco illuminato benefattore e che forse è stato messo li per evitare che le auto invadessero lo spazio pedonale. Siamo però qui a parlarne perché nonostante sia una insignificante piazzetta, interna ad un euforico quartiere ricco di spazi pubblici legati all’attività universitaria, il piccolo largo su cui si affacciano minacciose costruzioni di sette piani è l’unico piacevole luogo di sosta che permette di distogliere, per un attimo, l’attenzione sul traffico rumoroso di viale Ippocrate. E’ un piacere fermarsi in questo spazio limitato chiuso su tre lati. Ma da dove viene questo piacere?
Appena si “entra” all’interno dello spazio ci si sente immediatamente protetti. La mia anima mi suggerisce di essere in una stanza, quasi privata ma aperta al pubblico. La sensazione di entrare in un ambiente intimo è sicuramente prodotta dal rapporto dimensionale tra la superficie pavimentata, i palazzi e gli alberi. Gli alberi sono la chiave che “isola” immediatamente da sguardi indiscreti dall’alto e che difende dagli agenti atmosferici, soprattutto dal sole cocente estivo. Semplici olmi, in un rapporto sovradimensionato con il luogo che aiutano a creare, che spogliano in autunno con un salutare effetto poetico e che una volta spogli non sottraggono più luce di quanto sia necessario . Dopo tutto il trambusto che si è sviluppato sul progetto di piazza San Silvestro, un’altra dimostrazione che gli alberi a Roma ci devono stare. Certo, qui non siamo nel centro storico con tutte le difficoltà connesse all’impianto di alberature in contesto archeologico, ma il rapporto millenario di protezione e rispetto che l’uomo ha con l’albero, è quanto di meglio ci si possa aspettare all’interno di uno spazio pubblico cittadino. E la frequenza sulla piazza, di persone di tutte le età a tutte le ore, conferma che tra uomini e luoghi si stabiliscono dei legami misteriosi ma forti, dovuti a come l’anima di ognuno percepisce lo spazio e lo permea delle proprie aspettative, dei propri sentimenti, dei propri ricordi.
Non vi è alcuno bisogno di inserire marmo di carrara in uno spazio pubblico per renderlo più nobile. La nobiltà di un luogo deriva da come lo spazio si offre ai visitatori, da quanto è accogliente ed umile servitore dei piaceri dell’uomo.

Francesco Tonini

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