Tag

, , , , , , ,


Fotografie: Monica Sgandurra

di Monica Sgandurra – per Paesaggiocritico

Un caso attraversare questo luogo, un caso dovuto alla ricerca, ahimè, di un parcheggio. Tanta desolazione in una bella giornata invernale lascia prima attoniti, poi arrabbiati. Non ci troviamo in periferia, non ci troviamo in quei nuovi quartieri residenziali nel cui interno scopriamo aree abbandonate o in “fermo immagine”.
Mi sarebbe piaciuto proporre un indovinello del tipo “dove siamo?”, facendo vedere soltanto alcune immagini senza punti di riferimento visivi, utilizzando solo le immagini delle pavimentazioni, ma in effetti a ben pensare sarebbe uno stillicidio per i tanti luoghi analoghi che ci vengono alla mente.
Desolante, deprimente, avvilente. Uno luogo unico, irriproducibile, articolato da presenze storiche con potenzialità oggettive, è ridotto oggi in uno spazio maltrattato. E siamo in centro storico.
Ci troviamo davanti San Pietro, su un lato il Tevere con il doppio filare di platani monumentali, dall’altro Castel Sant’Angelo con i giardini della Mole Adriana: sono questi gli elementi fisici che incorniciano questo spazio insieme alle automobili che sono ferme appena oltre le esili siepi.
Per il Giubileo del 2000, nell’ambito degli interventi straordinari, fu realizzata l’area pedonale che collega il retro del Palazzo di Giustizia con l’inizio di via della Conciliazione, passando davanti a Castel Sant’Angelo. Un giardino, chiamato “Giardini Portoghesi” dal nome del suo progettista, una struttura che evoca con pochi elementi le forme del giardino all’italiana, archetipo tanto caro al suo ideatore. Oggi lo definirei giardino vintage in quanto rientra in quel catalogo di forme e immagini dello spazio urbano fine ‘800 utilizzate per la maggior parte dei giardini e degli spazi pubblici realizzati a Roma dalla fine degli anni ’80 ad oggi, nei quali gli elementi declinati, sia vegetali, sia minerali, sia di arredo, sono quelli della riproposizione di forme e composizioni del giardino classico all’italiana. Chilometri di siepi di bosso e alloro, lecci e pini, ettari di prati, sampietrini a coda di pavone, ringhierine e lampioni con lanterne in ghisa, cigli e panche con modanature in travertino, insomma un catalogo di elementi e soluzioni pressoché immutato nel tempo, con l’aggravante di essere riproposto ancora oggi con brutti errori di proporzioni e dimensioni.
Ma torniamo al luogo del delitto ed a oggi. Non voglio dilungarmi sull’ennesima opportunità mancata nel proporre uno spazio contemporaneo che in altre capitali avrebbe sicuramente una qualche chance, ma di ciò che è oggi e soprattutto del perché ostinarci ad avere dei giardini se non abbiamo la possibilità di farli vivere dignitosamente.
Una pavimentazione in sampietrini montata su sabbia (urrà!!! – cosa rara oggi nel nostro centro storico dove queste pavimentazioni sono sigillate con asfalto) disconnessa in un percorso di piccoli crateri e mancanze colmate da manciate di asfalto per sigillare gli eventuali dissesti a catena, un percorso longitudinale in Loges praticamente frantumato, segnato lungo tutto il suo svolgersi da faretti ad incasso (si avete letto bene, faretti che bordano un percorso per non vedenti!) un assortimento di tombini da far invidia agli espositori del SAIE con relativi coperchi di ogni foggia, dimensione, epoca e provenienza (una collezione!!!!) con modalità di collocazione che sfugge ogni regola (malgrado quintali di disegni e preoccupazioni da parte del progettista e ore passate nel coordinare impiantisti ed esecutori, il tombino è sempre più grande del previsto e messo inesorabilmente storto!)
Una fontana in travertino al centro dei parterres senza acqua ha cambiato oggi la sua funzione, non più fulcro ed elemento di vita con il suo suono e visione in movimento, ma grande bacile che, accogliendo carte ed immondizie varie, si trasforma in grande cestino. E qui arriva una mesta considerazione circa l’uso dell’acqua negli spazi pubblici. E’ opportuno continuare a progettare fontane? Perché siamo così ostinati nel proporre l’acqua in tutte le sue forme quando poi sappiamo che per motivi manutentivi le fontane sono destinate all’autodistruzione o al riuso improprio? Si è vero, siamo maledettamente ostinati nel continuare a pensare e sperare diversamente.
Passiamo alla struttura del verde. Evitiamo di parlare dei prati che a Roma si sa, hanno una vita difficile, mi soffermerei sulla struttura delle delimitazioni, ossia dei bordi dei parterres e delle siepi che delimitano il giardino dai parcheggi. L’immagine è quella di un pettine a cui mancano i denti; qua e là le linee rigorosamente dritte e compatte del giardino all’italiana sono interrotte, diradate, sfrangiate in una sorta di “singhiozzo” vegetale verso il quale provare una certa compassione.
Ma il bello deve ancora arrivare.
Sul lato della passeggiata sotto i platani, a delimitare il bordo dei giardini, qualcuno ha messo nel tempo una linea continua di cassette in plastica con allori che rifanno il verso a quelli piantumati sul lato opposto. Si, proprio cassette di plastica del color del cotto, che, tra un platano, una panca in travertino e un lampione chiudono il viale con la loro sequenza serrata che si protrae fino alla fine del giardino. Credo che qualcuno si occupi di loro perché, pur vivendo in cassetta, i Laurus nobilis hanno vita migliore dei loro compagni dirimpettai di aiola.
Il luogo soffre poi di un uso improprio per la sua dimensione. In estate è spazio di manifestazioni varie per cui questo piccolo giardino-passaggio è ostruito da stands nei quali le persone fanno fatica a camminare, mentre durante l’anno delle giostre sono incastrate nelle aree vuote, congestionando, per la loro dimensione, gli spazi.
Per fortuna il passante o turista o pellegrino, proseguendo oltre, approda nel vuoto assoluto del piazzale davanti a Castel Sant’Angelo, e qui, stordito dalla bellezza del ponte Sant’Angelo e dal miraggio di San Pietro, si butta alle spalle l’esperienza di questa passeggiata.
Cosa pensare dopo tutto ciò? L’istinto è quello di gettare la spugna e dire “ma perché realizzare dei giardini visto che in pieno centro storico li riduciamo così?” non è meglio una pavimentazione continua? Un bel vuoto dove fare tutti i bazar possibili? Uno spazio metafisico dove far risaltare ancora di più gli elementi già presenti? La questione non è così semplice e la mia vuol essere solo una battuta per iniziare a riflettere.
Un’ultima osservazione, questa volta positiva, che da architetto mi ha quasi commosso per la rarità dell’immagine e l’impossibilità come progettista di poter avere in un appalto pubblico questi elementi: i cigli di travertino lungo i marciapiedi all’ingresso di Castel Sant’Angelo con ingallettatura..… una rarità, e di questo vi lascio, compiaciuta, testimonianza fotografica.

About these ads