Questa non è l’High Line

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di Monica Sgandurra

L’High Line la conosco bene.
Ma molto bene.
Da prima che nascesse, da quando c’erano ancora le erbacce e i suoi “amici” cercavano le modalità di valorizzazione di quello che all’epoca era un piccolo mondo spontaneo, nato sopra ad una infrastruttura abbandonata all’interno del tessuto urbano della città icona della supermodernità, nella quale tutto è possibile.
La conosco bene perché l’ho studiata fin dal principio, è dentro la mia tesi di dottorato di ricerca discussa nel 2001.
Ho partecipato al primo concorso di progettazione che i Friends of the High Line avevano indetto nel 2002 per raccogliere spunti, idee, suggestioni, racconti, intorno a quella che consideravano non solo un potenziale di biodiversità all’interno della città, ma anche un’occasione di riscatto di un luogo abbandonato che poteva trasformare e trascinare con la sua forza un intero quartiere, allora depresso.
Ho seguito tutte le fasi del ragionamento sulla sua ideazione, costruzione, sviluppo con l’attenzione dello studioso che vuole capire e conoscere come è possibile che da un giardino si arrivi alla rigenerazione urbana.
Perché stiamo parlando di un giardino, non di orti urbani, né di vigneti o meleti.
Ho letto tutte le pubblicazioni possibili, ascoltato conferenze, come architetto ho seguito la sua costruzione, studiato i brevetti che sono stati realizzati appositamente per il “pacchetto tecnologico” della sua sovrastruttura, come paesaggista ho studiato le composizioni di perenni, graminacee, biennali e così via.
Ho studiato la capacità sociale ed imprenditoriale di questa operazione, capito i processi e le tappe.
E infine l’ho visitata.
Ho centinaia di fotografie, i miei appunti, che mi servono tutt’ora per continuare a studiare questa meraviglia.
Posso asserire, con una giusta e sacrosanta presunzione, che ho la capacità di tenere lezioni (cosa che ho fatto) e conferenze su tale argomento.
Detto ciò posso asserire che l’High Line è un GIARDINO.
Se a qualcuno è sfuggito, se qualcuno ha un po’ di confusione al riguardo, se qualcuno non sa qual è la differenza tra un orto ed un giardino, allora è il momento di allontanare le incertezze di chiarirvi le idee e dirvi che l’High Line è un meraviglioso, costoso, superbo GIARDINO contemporaneo.
Questa introduzione per arrivare al cuore di questo post, all’argomento che tratterò.
Parleremo finalmente del progetto per la riqualificazione del primo tratto, oggi parzialmente in disuso, della Tangenziale Est di Roma.
Questo inverno, quasi dal nulla, è apparso un progetto, una ipotesi di struttura verde ideata dallo studio romano Sartogo & Grenon associati.
Il progetto, presentato in fase embrionale, o così ci sembrava, si mostrava come un sistema di coltivazioni agricole poste sopra la copertura del primo tratto della infrastruttura viaria, quello che da ponte Lanciani arriva alla Stazione Tiburtina.
Il progetto non mi convinceva da molti punti di vista. Come paesaggista leggevo delle forzature lessicali e di senso fin troppo evidenti tanto da persuadermi che non era importante parlarne qui, su Paesaggiocritico.
Ma le domande che questa operazione porta in se fin dal principio si sono nel frattempo moltiplicate, come anche le perplessità sia sull’oggetto (il progetto), sia sulle modalità di conduzione dell’operazione.
La mia disamina sarà quindi articolata in tre parti.

Prima parte.
Come è nato questo progetto? Qual è la sua genesi?
Tutto nasce dall’Associazione RES Ricerca Educazione Scienza, una “Associazione [...] apartitica, non ha fini di lucro ed è costituita per operare nella società con il proprio apporto manuale e intellettuale, per una crescita armonica della vita sociale, culturale, comunitaria ed economica, per una educazione innovativa e per la diffusione di una cultura scientifica e tecnologica, nel rispetto e nella tutela dell’uomo e dell’ambiente”.
L’architetto Nathalie Grenon Sartogo è il Segretario generale di questa associazione.
Leggendo i vari articoli sulla stampa nazionale pubblicati al riguardo si fa fatica a capire la genesi di questa operazione e quindi, onde evitare equivoci al riguardo, riportiamo la descrizione della nascita di questa operazione descritta sul sito dell’associazione dal suo presidente Raffaella Morichetti:
“Dal 2005 RES sostiene varie iniziative sul tema della città sostenibile, in particolare il Progetto Pilota “Coltiviamo la città”, che prende forma nel quadro dell’Agenda 21 dopo gli Stati Generali di Roma Capitale.
A una prima conferenza urbanistica sul futuro della nostra città, tenuta l’8-9 aprile 2010, fa seguito l’invio di un progetto RES a Roma Capitale per la partecipazione della società civile alla città sostenibile.
Non ricevendo risposta, nel quadro dell’Agenda 21 l’iniziativa viene sviluppata con l’arch. Nathalie Grenon, Segretario Generale dell’Associazione, nel Progetto “Coltiviamo la città” per intervenire in punti critici del territorio nell’ottica della riqualificazione ambientale e con il beneficio della massima sinergia in ogni Municipio. Nel 2011, in riferimento all’adesione del Comune di Roma all’Agenda 21, il III Municipio (ora II) condivide all’unanimità in una seduta di Giunta il Progetto Coltiviamo la città elaborato avvalendosi della consulenza a titolo gratuito dello studio Sartogo, in quanto finalizzato al recupero di aree degradate e/o in stato di abbandono da trasformare in aree verdi a servizio della qualità della vita dei cittadini”. (tratto da http://www.associazioneres.org)
Ricapitoliamo.
Un progetto RES viene mandato a Roma Capitale nel 2010 che non ottiene nessuna risposta, nessun seguito.
In virtù di ciò viene sviluppata ulteriormente l’iniziativa (seguendo i dettami dell’Agenda 21) dall’architetto Grenon.
Nel 2011 a seguito dell’adesione da parte del Comune di Roma all’Agenda 21 il progetto “Coltiviamo la città” (realizzato con la consulenza a titolo gratuito dello studio Sartogo) viene presentato ad una seduta della Giunta del III Municipio, oggi II.
Nel febbraio 2014 inizia il battage pubblicitario di questo progetto che all’apparenza non esce come una consulenza, ma come un progetto redatto dallo Studio Sartogo & Grenon associati, perché quella è la firma unica in calce ai disegni che sono diffusi sulla stampa.
Si tratta quindi di un progetto o di una proposta fatta a titolo gratuito per l’Associazione RES che sta cercando dei finanziamenti e la possibilità di essere recepito (questa volta come incarico professionale) dal Comune di Roma?
E cosa farà il Comune di Roma e la sua Giunta?
Continuerà la meravigliosa attività del suo predecessore nel dare incarichi (consulenze, progettazioni?) per realizzare opere pubbliche a professionisti a titolo gratuito?
Il progetto, nel frattempo è uscito dallo studio di architettura Sartogo-Grenon e da fonti giornalistiche, sembra debba costare la bellezza di 21 milioni di euro di cui 4,5 milioni a carico di Roma Capitale.
E qui iniziano le domande, tante.
C’è stata effettivamente una vera partecipazione cittadina alla costruzione di questo progetto o invece la partecipazione è stata solo quella della presentazione del lavoro in alcuni incontri post progetto?
Insomma, mi piacerebbe almeno vedere e leggere i documenti relativi al processo partecipativo della cittadinanza e di come è stato portato avanti il progetto di ascolto (così come è stato, ad esempio, per il progetto della piazza di Testaccio) in modo da arrivare al perché di questa scelta.
E l’incarico a chi andrebbe, all’Associazione Res (associazione senza fini di lucro) o ai due professionisti? Oppure ad un certo punto il Comune con il suo ufficio tecnico farà un progettino con la consulenza (a titolo gratuito, ben inteso) dei due progettisti romani?
Questa è la prima domanda sul senso e le modalità dell’operazione che ci viene spontaneamente di formulare.
In tutto questo c’è un’altra questione che si intreccia, e a volte sfuma nell’altra, in modo poco chiaro: quella dell’abbattimento del tratto sopraelevato davanti alla Stazione Tiburtina: 450 metri di infrastruttura con relative rampe.
Il progetto della Stazione prevedeva la realizzazione di una piazza antistante e lo spostamento dei capolinea dei pullman sull’altro lato della stazione. Questo significa che la Stazione deve essere liberata, prima o poi, dal passaggio aereo del tratto antistante, una volta completato il passante sotterraneo della nuova Tangenziale.
Il Comune di Roma, sul suo sito istituzionale annuncia a febbraio 2014 l’avvio del processo partecipativo per l’abbattimento (denominato primo lotto) da iniziare nel prossimo gennaio 2015.
Dal sito si annuncia anche un’altra cosa, ossia che il progetto che dovrà uscire da questa operazione di partecipazione cittadina, dovrà anche prevedere: “il restyling complessivo della zona: il tratto della tangenziale tra Batteria Nomentana e la Stazione diventerà una strada di quartiere con due corsie (più una complanare), tre rotatorie, parcheggi a raso, un parco lineare attrezzato per i bambini e lo sport e una pista ciclopedonale fino a ponte Lanciani. Per la sistemazione definitiva del piazzale saranno coinvolti i privati”.
(tratto da: http://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?contentId=NEW593754&jp_pagecode=newsview.wp&ahew=contentId:jp_pagecode).

comune di roma piano di assetto riqualificazione stazione tiburtina

Comune di Roma – Piano di assetto per la riqualificazione dell’area della Stazione Tiburtina, 1999.

 

Non si fa riferimento allo stanziamento, ma gli articoli usciti in quell’epoca parlavano di cifre intorno ai 6-9 milioni di euro già stanziati per questa prima demolizione.
Oggi si apprende, inoltre, sempre dai giornali, che “ha aggiunto Grenon – a maggio abbiamo incontrato l’esecutivo del sindaco, e gli assessori Masini e Caudo ci hanno detto che sono riusciti a bloccare gli appalti per la demolizione delle rampe a Ponte Lanciani e Tiburtina. Ora facciamo l’ultimo passo”. (tratto da IL TEMPO, 29 luglio 2014).
L’ultimo passo per cosa? Per questo progetto?
E questo progetto dove troverà i finanziamenti e come?
E chi li chiederà?
E dove andranno a finire i soldi già stanziati per la demolizione? E quei soldi già stanziati sono delle casse del Comune o fanno parte del progetto FS della Stazione Tiburtina?
E gli appalti bloccati per la demolizione sono stati già aggiudicati? Perché se così fosse forse il Comune dovrà iniziare a pagare delle penali e questi si che sarebbero soldi pubblici persi per annullare una decisione presa (bene, male, non è importante in questo passaggio), dopo anni di riflessioni e che viene buttata all’aria per non si sa bene cosa.
Insomma, l’operazione è confusamente complessa, ha bisogno di chiarimenti, di prese di posizioni chiare, di risposte limpide e precise, soprattutto da parte del Comune e del II Municipio.

Seconda parte.
Il progetto.
Partiamo dalla sua descrizione.
Il “tema” affrontato è quello di “Coltiviamo la città”, ossia la moda imperante in Italia di coltivare, nei luoghi più inquinati del nostro territorio, ossia al centro delle nostre città, orti e frutteti.
E qui inizio a fare delle riflessioni generali sull’argomento.
Con lo slogan che “coltivare è bello” perché è utile, si fa passare l’idea che gli spazi verdi possibili oggi per le nostre città possano essere solo quelli di carattere produttivo. Quindi il destino delle nostre città è quello di fornire insalate e pomodori coltivati ad altezza tubo di scappamento, o giù di lì, come se fossimo assediati dal nemico e ridotti ad una condizione di assedio e quindi di autoproduzione per sopravvivere. Assedio da cosa? Dalla campagna esterna che è al di fuori della città?
Ormai la risposta è univoca, se non si fanno orti non si può più pensare il verde urbano.
E noi italiani che siamo scappati dalle campagne perché la condizione di contadini non volevamo più sostenerla, ci ritroviamo come cittadini a zappare qualche centimetro di terra su una soletta di cemento armato.
Perché?
Le città sono per loro costituzione luoghi artificiali, non sono luoghi naturali, né luoghi da rinaturalizzare (è un controsenso) perché ciò significherebbe radere al suolo tutto, togliere le macerie e piantare le foreste.
Le città sono luoghi artificiali che hanno bisogno di altri luoghi artificiali che si chiamano GIARDINI.
La città ha bisogno di giardini, di luoghi dell’ozio, di bellezza, non di standard urbanistici o di operazioni che possono benissimo essere fatte in situazioni più consone. E qui mi riferisco alle frange urbane, a quei luoghi di nessuno dove la campagna arriva o si arresta e dove potrebbe avere un senso coltivare il cavolfiore.
La città ha altresì bisogno di strutture verdi che in qualche modo abbiano anche una rilevanza sul comfort ambientale. Un vigneto messo sul bordo di una ferrovia, per esempio, non ha nessuno impatto circa la possibilità di attenuare l’inquinamento che il passaggio di centinaia di treni al giorno provoca nell’ecosistema locale. Forse un filare di Tigli (alberi resistenti allo smog) con le loro chiome compatte e le foglie larghe si, può avere una piccola rilevanza nel protezione dell’immediato fronte urbano.
L’ultima considerazione generale è quella che mi porta a dire che vorrei che chi ha l’impellente bisogno di coltivare qualche cosa, andasse a coltivare le campagne, quelle vere, quelle che hanno reso famosi i nostri paesaggi, nella considerazione che forse un’operazione del genere sarebbe più rivoluzionaria, più potente perché andrebbe ad operare e mantenere e rigenerare e riproporre e trasformare e controllare il nostro territorio e soprattutto il nostro Paesaggio, famoso in tutto il mondo. Sarebbe una vera e propria rivoluzione paesaggistica.
Questo per esplicitare la mia posizione circa il progetto che prevede la realizzazione di orti, vigneti, frutteti, un mercato a chilometro zero ed altre attrezzature.
In effetti nel leggere le didascalie dei disegni pubblicati questo progetto sembra, oltre ad un catalogo di soluzioni molto diffuse, un decalogo del perfetto coltivatore urbano. Una sorta di spazio agronomico dove coltivare meli, ortaggi, viti ed altro.
Insomma una passeggiata in mezzo ad una “spiga di grano” (questa era l’immagine-suggestione del progetto) dove far passeggiare i nonni con i nipoti. Ma li avete visti i nonni di oggi? Agili e scattanti se ne vanno in palestra o in viaggio di piacere con le loro badanti del momento, dei nipoti non ne vogliono proprio sapere nulla ……

L’elenco continua con un meleto (meli a Roma? per esperienza personale ho provato a piantarli nel punto più freddo della città e vi assicuro che l’operazione è stata fallimentare – i meli hanno bisogno di freddo, non di isole di calore), un fruttaio con auditorium per conferenze, orti per le scuole, un parco per skate in mezzo all’area dove piantare gli alberi per i neonati, una operazione di rutelliana memoria (e qui l’immagine prodotta di questo ambito è abbastanza inquietante e scarna nei suoi risvolti espressivi).
Insomma tutto un elenco di interventi dal linguaggio orticolo-sostenibile.
Descritto in questo modo sembra quasi una meraviglia se vi piace l’approccio, ma in realtà l’esito formale è un po’ debole, ha molte incertezze che lascio al vostro giudizio.
Viene da domandarsi come sono stati risolti i problemi di viabilità di questo quartiere, come sono stati studiati i flussi del traffico e tutto ciò che riguarda proprio il funzionamento del tessuto urbano in relazione alla viabilità e sosta.
Mi permetto solo di fare un appunto, dei tanti possibili che mi saltano agli occhi: possibile che da un punto di vista espressivo si sia fatto riferimento, quasi da “copia ed incolla” ad una realizzazione che per noi paesaggisti è un pezzo di storia moderna, e non si sia fatto lo sforzo di ideare, realizzare un’idea formale diversa, personale?

orti copenaghen

Naerum Allotment Gardens di Carl Theodor Sørensen nei pressi di Copenaghen

Perché Roma dovrebbe avere una copia allungata, “strecciata”, di quello che è il Naerum Allotment Gardens di Carl Theodor Sørensen, nei pressi di Copenaghen, progettato nel lontano 1952?
E’ corretto, questo va detto, nella progettazione fare riferimento, studiare, proporre forme analoghe a esperienze passate che hanno avuto un certo successo, ma riproporre una struttura formale senza un passaggio critico di elaborazione è abbastanza discutibile. Forse bisognerebbe avere ben altre visioni che ti portano ad essere ricordato non come quello degli orti romani alla Sørensen.
Forse Roma meriterebbe progetti con capacità espressive originali, così come è successo dall’altra parte dell’Oceano con il lavoro di Piet Oudolf per quel meraviglioso giardino tanto evocato da tutti.

 

E qui veniamo alla terza ed ultima parte.

L’informazione.

A febbraio scorso, e poi a fine maggio, e adesso a fine luglio, i quotidiani nazionali hanno accolto nelle loro pagine di cronaca la notizia di questo progetto.

Se si leggono tutti di seguito gli articoli, anche quelli di testate on line, sembra che questo progetto sia stato ampiamente discusso, approvato, visto, digerito, finanziato, e soprattutto che la sua realizzazione è imminente, con il taglio del nastro prima dell’Expo’ di Milano 2015.

Un delirio.

Un delirio di parole, tanto che mi viene da pensare che ormai i progetti non si facciano più negli studi, ma che si sia prodotta un’altra possibilità del progetto, ossia quella che passa e viene costruita e realizzata quasi esclusivamente attraverso l’informazione.

Quindi la battuta che circola riguardo il fatto che ormai la politica non la fanno più i politici ma la fa l’informazione, la fanno i giornalisti, mi fa pensare che la stessa cosa può essere in qualche modo applicata al mondo della progettazione.

Un progetto potrebbe essere, per assurdo, svuotato di tutto: di iter, di discussioni e dibattiti pubblici, di approvazioni, di documenti, di passaggi tecnico-istituzionali ed essere catapultato direttamente nella realizzazione attraverso il passaggio nei media. Basta trovare delle parole ricorrenti, delle parole chiave tormentone e politicamente corrette, e qualche rendering, qualche immagine accattivante, fare l’elenco delle facilities, con appelli alla sostenibilità e al miglioramento della vita comune e il gioco è fatto: pubblichi il risultato, realizzi e costruisci.

Facile, no? Pensiamoci!

E poi perché, mi chiedo, generare confusione pubblicando a corollario degli articoli usciti non le immagini del progetto Sartogo-Grenon, ma le foto della High Line di New York, come se fosse la stessa cosa.

Non è la stessa cosa, l’operazione romana non è il giardino realizzato da Diller e Scofidio + Refro con Corner Field Operations e il paesaggista Oudolf per la famosa passeggiata verdeggiante.

E allora la cosa diventa forviante, l’informazione da’ una notizia raccontandola formalmente in un altro modo e chi non sa, chi non conosce, crede di ritrovarsi, un domani, a passeggiare a Roma su una cosa simile alla High Line. NO.

Al termine di questo lungo post voglio ricordare una cosa, ossia che una città come Roma non può fare progetti a singhiozzo, non può produrre risposte parziali che non tengono conto dell’organismo, che non tengono conto del funzionamento e del destino futuro di una infrastruttura urbana così importante. Il pensiero e la risposta non può essere il progetto di un piccolo tratto di un organismo che prima o poi sarà dismesso, ma c’è bisogno di un progetto articolato che per fasi restituisca alla città un altro luogo.

In tutte le più grandi città mondiali il tema della riconversione delle infrastrutture è molto sentito e studiato sempre nella sua complessità, non in una sezione così parziale (1700 metri su circa 7000), come nel caso della nostra Tangenziale.

Per anni, come ci ricorda un pezzo scritto sulla PresS/Tletter del 28 febbraio 2014 da Massimo Locci, sono stati fatti studi, progetti, tesi di laurea e convegni sul destino della Tangenziale, attraverso l’associazione “Amici del Mostro”. Un lavoro serio, a “cui hanno aderito numerosi architetti e intellettuali, per sollecitare un dibattito senza pregiudizi sul futuro della tangenziale. Proprio sulla scorta di positive esperienze internazionali, a Parigi e New York, di riuso di viadotti ferroviari e carrabili avevano proposto di realizzare un parco lineare e attivato un processo partecipativo con i residenti, con happening urbani, laboratori didattici nelle scuole, incontri all’In/Arch, esposizioni di progetti e tesi di laurea degli studenti di architettura, fino all’ottenimento nel 2007 di un parere positivo sull’ipotesi di un Parco Urbano da parte della Commissione Cultura del Comune di Roma”. (tratto da http://presstletter.com/2014/02/sopraelevata-di-san-lorenzo-di-massimo-locci/)

Locci si domanda alla fine dell’articolo, perché siamo il paese che deve azzerare le cose, perché dobbiamo sempre e comunque ripartire da zero e non fare tesoro delle esperienze effettuate e invece sprecare continuamente il lavoro intellettuale già in parte svolto?

E io domando, perché dobbiamo accettare un progetto simile che non è il risultato di un concorso, che non è emerso da una sana dialettica, che non è frutto di una giusta interrogazione sociale e culturale, ma è invece posto come unica possibilità di trasformazione di questo pezzo di città?

Perché il Comune non fa, come sarebbe normale che fosse, un concorso, magari internazionale, di progettazione?

Perché l’Ordine degli Architetti di Roma non dice nulla al riguardo?

Perché l’AIAPP (l’Associazione italiana degli architetti del paesaggio) tace, non si esprime, nel bene o nel male, al riguardo?

Sembra come se questo progetto sia la cosa migliore che Roma può avere e che tutti siano entusiasti e pronti a prendere la zappa in mano per realizzarlo.

Ma siamo proprio sicuri che sia così? Perché se così è, allora alzo le mani e mi congratulo con Sartogo e Grenon, pur rimanendo della mia opinione e con le mie perplessità.

Chiudo ritornando all’inizio di questo lungo articolo: questa non è l’High Line, purtroppo.

Cari lettori, colleghi, “cultori della materia”, appassionati, io ho detto la mia, ora sta’ a voi dire la vostra, perché in Italia, vi ricordo, vige il “silenzio assenso” e quindi non vi meravigliate se domani davanti alla vostra finestra appare inspiegabilmente qualche cosa di strano.

Sarà troppo tardi per parlare, per chiedere spiegazioni.

La parola perciò passa a voi.

 

 

p.s. l’articolo, per scelta, non pubblicherà le immagini del progetto recensito, ma vi invitiamo caldamente a prenderne visione per una completa informazione sul sito del quotidiano La Repubblica, nell’articolo pubblicato il 28 luglio 2014. Il link è

http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/07/28/news/ex_tangenziale_ecco_il_progetto_dell_orto_urbano-92597847/

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