Una giornata particolare – sottotitolo – Extreme Makeover Urban Landscape edition

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G124-COPERTINA

Strana giornata quella di martedì 16 dicembre scorso a Roma.

Due appuntamenti importanti: la mattina ha avuto luogo la presentazione della nuova rivista dell’Ordine degli Architetti (ma anche Paesaggisti, Pianificatori, Restauratori) di Roma, mentre nel pomeriggio si è tenuta, al MAXXI, la presentazione dei risultati del primo anno di lavoro per il “rammendo delle periferie” del gruppo G124, sotto la regia di Renzo Piano.

Non vi racconterò in dettaglio il primo appuntamento che ha visto intervenire architetti, assessori ed ex assessori, urbanisti, soprintendenti, dirigenti di uffici, come quello per la Mobilità, del traffico, perfino Legambiente, ma non un paesaggista che sì, fa parte anche lui di quel gruppo di figure professionali di cui l’Ordine è composto.

Vi racconterò invece solo del primo intervento, quello della signora Anna Fendi, sì la stilista di moda, l’imprenditrice del made in Italy famosa in tutto il mondo, invitata alla presentazione della nuova rivista che aveva come tema “La grande bellezza?”.

La signora un po’ imbarazzata, forse perché avrà pensato “ma io che ci faccio qui?”, ci ha raccontato vivacemente che lei da alcuni anni ha lasciato la sua azienda e in questa nuova fase della sua vita, ha seguito una sua passione e si è inventata un nuovo lavoro che la affascina: quello del restauratore.

Non di quadri, né di cornici, né di mosaici o antichi vetri o porcellane, bensì di edifici.

E lo ha raccontato con orgoglio ad un pubblico di architetti, parlando di quanto la passione per il restauro edilizio è diventata un lavoro visto che negli ultimi anni ha restaurato diversi edifici del suo patrimonio immobiliare. L’ultimo lavoro, Villa Laetitia, una dimora storica del 1911 di Armando Brasini sul Lungotevere delle Armi a Roma, lo racconta come un progetto delicato, importante, seguito solo con l’apporto di uno strutturista.

Noi basiti.

Ci stava dicendo, in sintesi, che non serviva un architetto con competenze di restauro, bastava uno strutturista per i calcoli e tutto il resto lo poteva perfettamente seguire da sola. Gelo nella sala.

Non metto in dubbio che qualche volta la capacità del fare supera lo studio e la specializzazione, e a volte anche anni di professione, ma ho trovato fuori posto questo esplicitare rispetto alla situazione in cui ci trovavamo.

Forse ad un certo punto ha capito che era andata troppo oltre con il suo entusiasmo per il restauro, forse ha visto qualche occhio sgranato dei colleghi, e allora chiude impacciata l’intervento rassicurandoci che il nipote, che l’aveva accompagnata ed era lì presente, si era da pochi giorni laureato in architettura, e così, finalmente al suo fianco ci sarebbe stato un giovane architetto.

Per inciso, e questo ha evitato di esplicitarlo, la villa opera del Brasini e relativo giardino è stata trasformata in un esclusivissimo Hotel de charme.

Primo pomeriggio, Auditorium del MAXXI e presentazione del report del gruppo di lavoro G124 composto dai sei giovani architetti chiamati e guidati da Renzo Piano a lavorare sul tema “Periferie. Diario del rammendo delle nostre città”.

Siamo tutti felici che una stanza del Senato Italiano si sia trasformata in una sorta di atelier/studio operativo, dove uno dei più grandi architetti italiani ha lavorato insieme a sei giovani architetti sul tema della riqualificazione delle periferie, o meglio, mi verrebbe da dire, sulla qualificazione delle periferie, con “piccoli interventi di rammendo che possono innescare la rigenerazione anche attraverso mestieri nuovi, microimprese, start up, cantieri leggeri e diffusi, creando così nuova occupazione” come ci racconta Piano nel report pubblicato.

I sei architetti, selezionati tramite gara su curricula e seguiti da tre tutors (Mario Cucinella, Maurizio Milan e Massimo Alvisi), hanno inoltre avuto a disposizione esperti di diverse discipline, amministratori, politici, imprenditori, contatti e momenti di lavoro con associazioni locali, gruppi autogestiti, scuole, insomma tutto quello che oggi entra nel termine “partecipazione”.

Tre le periferie prescelte: Torino con la Borgata Vittoria, Catania con il quartiere Librino e Roma con il quartiere Montesacro.

Le operazioni che sono state messe in atto per il “rammendo” hanno riguardato sostanzialmente lo spazio vuoto, portando il discorso del lavoro sulle periferie (che sono parte della città e non una cosa avulsa e astratta della città, è bene precisare, ricordarlo) dentro lo spazio pubblico attraverso azioni di partecipazione attiva dei cittadini.

Quanto di più difficile si possa fare.

Il termine “rammendo” per questa operazione non mi piace, non mi piace l’immagine delle periferie rammendate.

Le parole sono importanti e l’uso dei termini per descrivere azioni, trasformazioni, variazioni e metamorfosi lo sono ancora di più, e non per un senso dell’uso della lingua italiana ma per il senso che questo genera nella descrizione e nella costruzione del nostro spazio fisico.

Rammendare significa riparare uno strappo, significa mettere una toppa, significa in sostanza avere un buco sul gomito di un maglione e ripararlo con del filo di lana, tentando la mimesi, o per contro, apponendo sopra un pezzetto di stoffa o di pelle, la toppa per l’appunto.

Nel primo caso si tenta di riportare il capo allo stato originale, cercando di ricostruire l’integrità originaria, nel secondo caso si “getta la spugna”, come si dice, e il maglione passa ad un’altra conformazione materiale. Ma il maglione in questo caso ha nella toppa una sorta di elemento di evidenziazione del buco, una specie di segno che ci ricorda che lì il maglione è comunque bucato.

Ora è ovvio che il primo caso, quello di riportare all’integrità luoghi che hanno avuto nella loro vita, o nella loro nascita, delle sventure catastrofiche che li hanno trasformati velocemente in scarti, in vuoti di senso, in relitti spaziali e sociali è un controsenso in quanto un motivo del perché l’operazione non ha funzionato ci sarà pur stata.

Il secondo caso, ossia quello del “mettiamoci una toppa”, un “rammendo verde” come lo definisce Andrea Segré, è forse a volte peggio del danno.

Perché?

Perché ad una situazione come quella dello spazio comune, dello spazio pubblico della periferia che diventa, si trasforma in un tempo veloce in spazio di rifiuto, perché portatore di pensieri sbagliati o troppo deboli o troppo forti, è difficile innestare capacità misurate utilizzando azioni che si nutrono di debolezza, di incertezze, di letture che sono fatte spesso con gli occhiali sbagliati.

Non è sufficiente la buona volontà (che c’è e anche molta), serve di più, la società, lo stato, noi tutti dobbiamo intervenire in modo più incisivo, ognuno con le proprie capacità e competenze. Non basta il buon senso e la buona volontà.

Forse nel lavoro sulla periferia bisognerebbe invece leggere meglio il carattere accidentale degli spazi, aprire la mente alla possibilità degli accadimenti, di ciò che è successo e di ciò che sta accadendo dando spazio alla capacità di interpretazione creativa e non la riproposizione delle stesse medesime azioni e conformazioni spaziali.

Mi spiego meglio e innesto il ragionamento sul caso romano che il G124 ha studiato.

Nel progetto per Roma del gruppo G124, quello per lo spazio al disotto del Viadotto dei Presidenti, la soluzione per la trasformazione è stata quella di prendere una ruspa e “pulire” il suolo. Poi sono intervenuti i pallet e i containers, un po’ di vernice verde, i copertoni che fanno da altalena, o impilati l’uno sull’altro, da fioriera per le pansè.

Le foto del luogo prima dell’intervento che ci sono state mostrate alla presentazione avevano fascino malgrado la sporcizia, le foto del dopo invece riportavano a quello che definisco “progetto pallet”, un modo oggi imperante del pensiero dello spazio pubblico che passa per le azioni di “microintervento”.

Questo modo di pensare e trasformare lo spazio pubblico attraverso l’autocostruzione può avere sicuramente un momento gratificante per chi lo fa materialmente, ma il risultato è purtroppo omologante, perde di espressività, di carattere, di forza; è un risultato uguale, identico a tanti altri, e che non è poi neanche tanto contemporaneo in quanto queste modalità di azione si perdono nel tempo, a partire dagli interventi estemporanei che facevamo noi giovani architetti che ci occupavamo di spazio pubblico e di paesaggio all’inizio degli anni novanta, e che ci opponevamo alla costruzione dei tanti brutti teatrini all’aperto di sapore postmodern all’italiana che venivano proposti nelle piazze, nei giardini e nei parchi.

Insomma, la scoperta dell’acqua calda.

E Renzo Piano questo lo dovrebbe ricordare, perché anche lui è passato per i laboratori partecipati a Bari più di trent’anni fa.

Oggi purtroppo il lavoro sullo spazio si nutre di poche cose, di pochi elementi che sono sempre e comunque ricorrenti un po’ ovunque, anche in questa circostanza, dove, in maniera sintetica trova spazio la seguente lista di “luoghi comuni” presenti nei progetti presentati:

  • spazio giochi per i bambini. Non sono mai abbastanza. Fare uno spazio giochi è sempre un’operazione di consenso sociale, poco importa se sono brutti, o se, lo hanno raccontato perfino i giovani colleghi del G124, le famiglie senza figli sono percentualmente maggiori, il 57%. Questo non significa che non ci devono essere spazi giochi per i bambini, anzi, forse bisognerebbe alzare la qualità di questi spazi, ma che un dato del genere deve far capire che c’è bisogno di più attenzione ad altre categorie di utenti, come oggi si definiscono i cittadini.
  • spazio per i cani. Altro elemento imprescindibile. Spesso mi domando come Roberto Burle Marx avrebbe progettato uno spazio per cani, perché quelli che si realizzano sono talmente inqualificabili che lo sguardo nel cagnolino, spinto al di là della recinzione, ci racconta tutto il gradimento e la riconoscenza dell’amata bestiola nei confronti del progettista.
  • pista ciclabile. Quando finalmente le nostre amministrazioni avranno la capacità “pianificatoria” di pensare al sistema e non al frammento, allora svaniranno nei progetti le linee che partono dal nulla e arrivano al nulla e che in legenda hanno la denominazione di “ciclabile”.
  • orti e frutteti. Oggi si pensano e si realizzano solo orti. Lo spazio verde, meglio sarebbe il termine giardino, oggi può essere solo quello costruito dall’orto. E’ una riduzione di pensiero e di spazio per le nostre città. Se un progetto, non importa se partecipato o no, ha l’area per gli orti, allora siamo sicuri che abbiamo l’approvazione e la benedizione di tutti, perfino del Santo Padre. E tutti a zappare, naturalmente.
  • spazio multifunzionale. Questo vale anche per l’architettura, purtroppo. Questa destinazione d’uso è nebulosa, io stessa in tanti anni di professione non sono riuscita, forse per mia evidente incapacità, a capire se davvero noi italiani sappiamo cosa fare dentro uno spazio multifunzionale. Multifunzionale è però un termine affascinante e inafferrabile e quindi come tale, portatore di fantasia. Potrebbe comunque essere sempre utile, non si sa mai.
  • verde pubblico. Qui ci mettiamo del verde. Verde è un colore, che sia ben chiaro, e non è pubblico altrimenti avremmo anche il magenta pubblico, il blu pubblico, il marrone pubblico e così via. Altro è parlare di vegetazione. Ma se si parla di vegetazione, non si può utilizzare questo termine in modo disattento come facciamo con il termine “verde”, dobbiamo per forza definire una categoria di intervento, no? E quindi serve un’idea progettuale, purtroppo. E forse anche un paesaggista.
  • giardino delle aromatiche o/e dei colori. Qui stiamo all’ABC, e questo credo che anche Renzo Piano se ne renda conto. A completare l’immagine posso aggiungere il giardino dei profumi e quello delle farfalle. Qui invito i giovani colleghi architetti del G124 a cercare consulenze presso i giovani colleghi paesaggisti; forse potranno avere suggestioni più articolate ed interessanti.
  • laboratorio. Ecco che spuntano i containers che devono accogliere le sedi operative “sul campo”. Capisco che queste scatole hanno anche una sorta di funzione di “guardiania”, ossia hanno la capacità, stando sul luogo del progetto, di essere un punto di riferimento operativo. Un altro elemento che un domani, quando per un motivo imprecisato questo perderà la sua forza perché le persone si sono spostate in un altro luogo o semplicemente è finita l’attenzione verso quello spazio, si trasformerà in un altro rifiuto ingombrante da riciclare. Se vogliamo fare dei laboratori, abbiamo tante di quelle strutture in disuso nel nostro patrimonio che forse sarebbe il caso di utilizzare.
  • area relax. Detta così mi vengono in mente le salette vip dell’aeroporto o quelle stanze con poltrone e chaise longue che ti accolgono dopo una sauna. Temo invece in qualche cosa di meno coinvolgente, un giro di panchine intorno ad una piazzetta.
  • pergola. Questa evidente necessità della pergola come elemento urbano è quasi una novità all’interno di questo banale elenco, ma non lo è nella nostra storia. E soprattutto un pergolato è una struttura realizzata con piante rampicanti, per cui meglio chiamarle pensiline, tettoie, ombracoli, strutture per l’ombreggiamento, termini meno belli ma più esatti.

G124 I PUNTI DELLA RIQUALIFICAZIONE

Purtroppo chi si occupa di spazio urbano e vuole utilizzare un lessico progettuale da giardino dovrebbe conoscere un po’ cos’è il giardino, o quanto meno avere delle nozioni base.

Ho sentito descrivere una piccola area con i resti di un percorso vita come un’area a giardino. Se dopo analisi, sopralluoghi, tante fotografie, riflessioni, disegni e progetti si descrive quel luogo come un giardino, beh, c’è qualche cosa che non va, c’è qualche cosa di sbagliato in partenza.

In questi progetti e nelle relative realizzazioni c’è purtroppo molta retorica contemporanea del progetto dello spazio pubblico partecipato, oltre a diverse ingenuità di carattere tecnico che denotano una cosa che la maggior parte di noi che ha assistito alla presentazione ha intuito, ossia che questi giovani architetti, che probabilmente nei loro studi, si sono imbattuti in modo sporadico nel progetto dello spazio pubblico, del giardino e del paesaggio urbano, erano soli, senza guide, o quanto meno senza le giuste guide.

Mi sento di dire che non è colpa loro se i risultati sono deludenti.

Una grande debolezza, che spesso si manifesta malgrado le buone intenzioni, è generata dal fatto che il progetto si palesa dopo un tempo interminabile di analisi e raccolta dati, come se la soluzione è lì dentro le carte da consultare e ad un certo punto esce fuori suo malgrado. E’ un errore che spesso si fa, soprattutto quando si hanno incertezze sul progetto, quando si demanda meccanicamente ad altri strumenti, quelli dell’analisi, la forza della trasformazione.

Anche se predichiamo da sempre che il progetto non è un processo a caduta, non è un percorso lineare ma deve nascere, crescere, modificare il pensiero creativo all’interno delle operazioni di analisi, sintesi e sviluppo, in una sorta di lavoro circolare, si cade sempre nel solito modo di procedere nella progettazione e quindi il risultato è che si muove una quantità smisurata di forze anche solo per mettere un gettacarte. Si arriva talmente sfiniti al momento irreversibile “si va beh, ma qui cosa ci faccio?”, al fatidico momento dell’espressione creativa, che le immagini prodotte, le configurazioni sono distratte, banali, frettolose. Insomma, nel bisogno impellente di chiudere il processo, perché il tempo è finito, è proprio il progetto quello che ci rimette.

I lavori che abbiamo visto per senso ed espressività sono modesti, forse saranno fondati su quantità di dati percentuali, come il progetto contemporaneo vuole, un progetto pieno di belle parole, intenti, check list, messe a sistema di dati oggettivi e alcuni studi sul campo con le strutture sociali presenti, ma le letture si fermano ad un certo punto e gli occhi, che pur guardano, non sono stati capaci di vedere oltre. E questo non è da imputare ai giovani colleghi ma a chi li ha guidati o ha tentato di guidare.

Un esempio. Ci hanno fatto vedere un’immagine affascinate di come era prima lo spazio sotto il Viadotto dei Presidenti. Un luogo con una vegetazione traboccante, una friche come direbbe Gilles Clément, un incolto, un potenziale naturale lasciato indisturbato o quasi. E invece di leggere questa come risorsa che si fa? Si prende la ruspa e si butta via tutto. E si dissemina il luogo di copertoni colorati con dentro rosmarini e violette sotto il viadotto.

Poteva essere una risorsa per il progetto, poteva essere lui stesso uno strumento rigenerativo che, con poche azioni, poteva diventare davvero un luogo altro, un giardino forse più bello di quello che lo stesso Clément ha fatto per il Jardins de l’Arche alla Défense a Parigi, sotto un viadotto. E invece si pulisce tutto per far posto ad un palco di pallet.

Se da un lato questo tipo di esperienza ha formato sicuramente questi giovani, soprattutto dal punto di vista oratorio, poco invece è stata la crescita rispetto alla capacità del progetto.

E questo è stato ancora più evidente passando dalla visione dei disegni a quella delle realizzazioni.

E noi che ci aspettavamo la trasformazione dei rammendi in meravigliosi ricami ci siamo ritrovati ancora una volta davanti a dei buchi.

Non so’ se questa modalità di intervento “debole”, come gli esperti lo definiscono, io lo definisco “progetto pallet”, ha davvero la capacità di dare risposta al tema del “rammendo delle periferie”.

Sicuramente il lavoro sullo spazio pubblico è la strategia vincente per nuove genesi urbane, ne sono certa; penso soprattutto a ciò che è successo a Barcellona e ai piani di rinnovamento che dalla fine degli anni ’70 fino alle Olimpiadi del 1992 hanno costruito il progetto contemporaneo del paesaggio urbano, e come, attraverso proprio il lavoro sullo spazio pubblico (piazze, giardini, parchi) un centro storico in decadenza, e le nuove periferie, frutto di operazioni speculative, hanno trovato uno strato di coesione, un livello di aggregazione spaziale, di senso sociale che è durato nel tempo, tanto che oggi questi spazi molto “usati”, sono oggetto di restauro.

La “giornata particolare” finisce mestamente. Sono rimasta senza parole da ciò che ho visto, con la considerazione che ho assistito a un drammatico scambio di ruoli a scapito di tante persone volenterose, non ultimi i miei giovani colleghi: Anna Fendi, è stata più brava, più capace come “architetto” nei suoi restauri che Renzo Piano come rammendatore.

Insomma al rammendo suggerisco il cappotto rivoltato, che come metafora del “taglia e cuci” mi sembra più appropriato.

Per inciso, entrambe le manifestazioni erano per noi architetti l’occasione per acquisire i famosi crediti formativi per il nostro aggiornamento professionale obbligatorio. No comment.

Non so’ se l’esperienza verrà ripetuta, se Piano e i suoi collaboratori faranno frutto di ciò che è stato detto e che si dirà ancora al riguardo, se si avrà la capace onestà di capire che queste non sono le esperienze di cui la periferia ha bisogno, ma una cosa mi viene da suggerire e che va esattamente nel senso opposto alle modalità di “intervento debole” che si stanno perseguendo.

L’idea che si è palesata il mattino dopo questa giornata del 16 dicembre 2014 è la seguente:

un Extreme Makeover Urban Landscape edition per le nostre periferie.

Illustre Senatore, ha presente questo famoso format televisivo?

Si tratta di prendere una famiglia con problemi economici, possibilmente anche con gravi problemi famigliari e di salute, con una casa che aspetta di essere abbattuta da un momento all’altro, un gruppo interdisciplinare di progettisti (un ingegnere, un architetto, un interior designer, un paesaggista, si anche un paesaggista!) guidati dal presentatore, un giovane aitante che si sporca le mani (o almeno fa finta di sporcarsele) che a loro volta guidano squadre di volenterosi cittadini, i vicini di casa o esponenti della comunità locale insieme a delle imprese di costruzioni che a loro volta finanziano l’opera che sarà la nuova magione per la sfortunata famiglia, portando materiali e manovalanze specializzate.

Tutti insieme, e dico tutti insieme, in sette giorni realizzano la casa dei sogni degli sfortunati di turno, una casa frutto dell’ascolto attento dei loro bisogni ed aspirazioni. Una casa che dovrebbe durare nel tempo.

Questo le suggerisce qualche cosa?

Illustre Senatore, lei forse è oggi l’architetto italiano più conosciuto al mondo.

Lei è sicuramente uomo ricco di contatti, avrà costruttori, imprenditori, industriali, e tanto altro, sparsi in tutto il mondo che sarebbero felici di lavorare con Lei, che non le dicono di no, che sicuramente rispondono a una sua telefonata.

Per questo progetto del “rammendo” potrebbe fare una cosa analoga, prendere questi sei giovani architetti, una equipe eterogenea di esperti sempre presenti durante il lavoro (e non metta tanti giornalisti, sociologi e psichiatri a scapito di figure più necessarie), qualche imprenditore, magari cinese o arabo (forse sono gli unici che in questo momento possono permettersi investimenti solo a scopo pubblicitario) che sarebbero felici di contribuire a costruire dei veri spazi pubblici per le periferie, luoghi che tutto hanno bisogno tranne che dei pallet, e progettare e costruire giardini, piazze, parchi, insomma un nuovo tessuto robusto ma soffice, che difficilmente si bucherà.

Ecco, questa sì che potrebbe essere proprio una bella idea, no?

Insomma, caro Senatore, se “in genere la politica teme il talento perché il talento ti regala la libertà e la forza di ribellarsi” come lei scrive, auguro a questi giovani professionisti che lei ha chiamato, una vera, sana e proficua ribellione.

monica sgandurra

Per consultare il report dei progetti potete collegarvi a questo link